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Marche, Europa. I teatri delle Marche meritano lo status di Patrimonio dell'Umanità

Vivere Marche.it del 24 Maggio 2012

A partire del Seicento le Marche sono state trascinate da una singolare passione: l'apertura di teatri. Non è stato un movimento isolato rispetto alla moda europea ma forse in nessun'altra regione del continente si è praticato un entusiasmo altrettanto collettivo.

Con la sua ascesa sociale la borghesia ha imposto che gli spettacoli uscissero dai ristretti ambiti delle rappresentazioni private a corte per diventare eventi cittadini.
Nessuno si è sottratto a questo furore, tutti hanno costruito teatri, tutti rigorosamente sull'impianto tradizionale della sala all'italiana, con palcoscenico dotato di attrezzatura a graticcia per scenografie mobili, platea semicircolare o a ferro di cavallo e palchi in più ordini - ovvero architetture dispendiose, ricche di decorazioni e macchinari scenotecnici elaborati. In pochi decenni ogni centro della costa e dell'interno, grande o piccolo, ha aperto il suo tempio dello spettacolo, quasi a creare un unico grande teatro diffuso.

Questa "febbre" non è stata un fuoco di paglia: ancora negli anni Venti del secolo scorso si sono aperti nuovi teatri e ogni volta è stata una festa, intorno alla quale l'intera città si è ritrovata.

Oggi è l'intera regione a ritrovarsi la festa dei teatri storici, con numeri che non hanno eguali in Europa, un vero primato: dalle 18 sale nella sola provincia di Pesaro-Urbino fino alle altre (primato di densità spetta alla provincia di Macerata), si contano in tutto 113 teatri, di cui oltre 70 gioielli dell'architettura e delle reti decorative.
Tanto per capirci: circa un teatro ogni 15.000 abitanti, cifra iperbolica. In questa fitta rete, ogni edificio è un caso a sé stante: il Teatro Apollo di Mogliano, interamente in legno; il Comunale di Cagli, dotato di biblioteca e salone da ballo: la Nuova Fenice di Osimo con un pipiano al posto del primo ordine dei palchi, per ospitare giochi circensi nella platea. A Tolentino ogni particolare degli spazi pubblici è oggetto di decorazioni color pastello, con mille fregi e stucchi; a Offida il Teatro del Serpente Aureo (il curioso nome è in omaggio a un animale dai poteri taumaturgici), ma anche a Sarnano il Della Vittoria integrano la facciata con la torre civica. Sono infatti casi esemplari, ma non unici, di come i marchigiani considerarono il teatro la priorità, l'orgoglio, la missione delle proprie città: in entrambe le città nel settecento fu chiesto di trasformare in teatro niente meno che la Sala Grande del Palazzo Comunale, quasi ad affermare lo spettacolo come forma di espressione cittadina più rappresentativa dell'esercizio delle funzioni comunali.

Ovunque soffitti affrescati, lampadari colossali, colonnati, sipari dipinti (in alcuni casi anche da grandi pittori), ordini di palchi (ben cinque solo a Fermo), e non è questione di dimensioni, perché anche sale con meno di 100 posti - come il Flora a Penna San Giovanni, il Comunale di Castelraimondo (altro teatro costruito dentro il palazzo civico), il Comunale di Gradara o il Filodrammatici di Apecchio, sono altrettante chicche con balconate, sipari, dipinti e tutta la suggestione del teatro d'epoca. Ho visitato di persona vari di questi teatri - a Urbania, Urbino, Jesi, Ancona, Pesaro, e ancora - e sempre sono rimasto sorpreso dall'intreccio tra capillarità delle sale di spettacolo e territorio marchigiano.

Perché quando si lascia la regione e si passa in Toscana o in Romagna o Abruzzo, ci si può imbattere in altri magnifici teatri e anche in piccoli centri (ad Atri, per esempio, poco sopra Pescara), ma la loro presenza subito si dirada, rientrando in frequenze di teatri pro capite più banali. Perché la civiltà teatrale è un unicum non solo in Italia, ma in tutta Europa - le cui ragioni in buona parte penso debbano ancora trovare una spiegazione approfondita.

Oggi il patrimonio teatrale di questa terra costituisce un'eredità ricca e attiva. Quasi tutti i teatri sono stati faticosamente restaurati e sono aperti, anche se in vari casi con stagioni limitate, permettendo un inestimabile decentramento di vera cultura. Di proprietà per lo più comunale, ogni teatro è sostenuto dalla Regione, nel compito di valorizzare questo patrimonio inestimabile col quale nessuno in Europa può competere.

Paola Giorgi, consigliera regionale vice-presidente della commissione cultura e con una conoscenza profonda del mondo del teatro, è da anni vicina a tutte le iniziative che possono far crescere i teatri storici marchigiani - come la proposta di una formazione diretta, da parte della Regione, d direttori delle sale, in modo da radicare professionalità è che sappiano gestire al meglio ciascun teatro.

Oggi la sfida del resto non è solo o tanto rafforzare la distribuzione di spettacoli nei teatri, ma trasformarli - o meglio: farli tornare - in centri di aggregazione sociale, dove l'intera comunità si possa ritrovare anche oltre il fatto puramente teatrale. Così se a Tolentino si è arrivati ad avere una compagnia di rilevanza nazionale come residente stabile, a Cagli da anni una poetessa come Ninel Donini organizza una rassegna di poesia che é divenuto uno sforzo collettivo della città. Nel XXI secolo, in piena era dello schermo e della rete, un teatro diventa un luogo dell'anima collettiva per l'intera comunità, proprio come fatto architettonico, e molto, armati di buone idee e innovazione, vi può trovare ispirazione e sostegno.

Ora che la rete dei teatri storici è stata recuperata in termini infrastrutturali, le Marche possono sfoggiare questo fiore all'occhiello creando anche un percorso di visite che lancino un turismo dell'architettura teatrale, tenendo aperte le sale i orari giornalieri anche come spazi museali o luoghi per mostre decentrate,; si potrebbe lanciare un campagna di affitto delle sale nei periodi estivi come in altri per permettere a compagnie di tutto il mondo di effettuare propri laboratori e periodi di prove spettacolo, integrando il "soggiorno" o la visita teatrale con il ricco tessuto di meraviglie artistiche e delizie gastronomiche di ciascuna delle città che ospitano un teatro storico.

Ma il riconoscimento al quale pensa giustamente Paola Giorgi - e io con lei - sta nell'ottenere dall'UNESCO lo status di patrimonio universale dell'umanità per l'intera rete dei teatri storici marchigiani. Le credenziali ci sono tutte, e anche come parlamentare europeo ho dato la mia piena disponibilità per lanciare la campagna per questo riconoscimento, un fiore unico, che solo le Marche si possono permettere - solo le Marche in tutto il mondo.

Che io sappia, infatti, non è mai accaduto in nessun'altra parte del mondo che un insieme di teatri, espressioni molteplice di una medesima civiltà tanto artistica quanto di espressione del convivere comunale, otterrebbe una tale patente dall'UNESCO, ciò che comporterebbe l'impegno internazionale a rendere inalterabile il patrimonio. Anziché rovine o vestigia del passato si potrebbero ammirare per una volta dei centri di creatività vivi e belli. L'iscrizione nella lista dei siti patrimonio dell'umanità, sarebbe per ciascun teatro marchigiano, una nuova prima - la più bella, quella che più corrisponderebbe al traguardo, meritato, di "consacrazione".

 

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