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UN DECALOGO DI BUONE PRATICHE PER OTTENERE I FINANZIAMENTI EUROPEI

(artico pubblicato da La Voce Repubblicana)

 

E’ “bello” ottenere un finanziamento europeo, ma non è mai facile. Per questo implica una misura di dedizione, una buona dose di organizzazione, e un senso del giudicare le cose con umiltà e spirito volitivo. In questo senso, vincere un bando europeo è un’arte, o quantomeno richiede una tecnica, o meglio un metodo. Chi lo impara - che sia un sistema-paese nel suo complesso come accade in alcuni vicini dell’Italia ma non nel nostro paese - o una singola azienda o un amministratore locale intraprendente, si apre una strada che porterà frutti a ogni stagione. Perché riusciti una volta, non è difficile entrare in un giro virtuoso per i bandi successivi: si sono apprese le regole del gioco, si è mostrato di cosa si sia capaci.

Nel frattempo si sarà acquisita la consapevolezza che se il lavoro è fatto per bene, le nostre vite – la nostra associazione, la nostra amministrazione locale, la nostra impresa, la nostra attività di ricerca – ne saranno edificate, e non solo economicamente, perché la crescita sarà anche di apertura intellettuale, di buona pratica. Ne vale la pena, ma un finanziamento va conquistato senza lasciare spazio ad alcun spontaneismo, ma seguendo alcune regole ferree. Il metodo lo decliniamo in dieci regole: a seconda dei casi, alcune saranno sempre ugualmente valide, altre di più, altre di meno. Ma il lavoro di tanti anni sui fondi europei mi ha spinto a osservare la ricetta dei vincitori.

 

1) UN GIUDIZIO MORALE: assumere un atteggiamento di condanna al mancato uso dei fondi europei. Non si riuscirà mai a intraprendere lo slancio giusto con i finanziamenti europei se non si capisce che la loro mancata utilizzazione è una responsabilità grave. Oggi non è così: i fondi europei sono percepiti come “un di più”, se si usano tanto meglio, se non arrivano “non ci avevamo fatto conto”. Gli enti locali che non sfruttano i finanziamenti UE non sono sanzionati, e, ovviamente, il codice non contempla un reato per il loro mancato uso. Ne deriva una notevole indulgenza. A differenza del peculato, in caso di non uso dei fondi UE, nessuno se li mette in tasca arricchendosi. Eppure non sussiste una vera differenza qualitativa: si tratta pur sempre di risorse destinate alle nostre imprese, alle nostre università e associazioni, alle nostre istituzioni, che se non impiegate, o non impiegate correttamente, vengono sottratte alla collettività. Sconfiggere questo atteggiamento di eccessiva tolleranza per le inadempienze, le incompetenze o le pigrizie che lasciano ferme troppe risorse europee per i nostri territori, è il primo tassello per cominciare a invertire la tendenza. Il cittadino, che sia direttamente un potenziale beneficiario o meno, deve imparare a essere più assertivo, più esigente – incalzando i responsabili politici, segnalando disfunzioni, reclamando trasparenza decisionale. E così i giornalisti. Solo in questo modo si comincerà a sbloccare l’attuale inerzia. Questo giudizio morale deve diventare patrimonio di una coscienza comune, dei cittadini come dei media, delle categorie come dei politici.

 

2) INFORMAZIONE: abbonarsi a una newsletter, studiare i siti istituzionali, sollecitare le antenne europee sul territorio.

Occorre avere accesso facile ai numero delle risorse disponibili, e ai bandi e alle procedure che permettono di attivarle. Eppure non è così. Ad esempio  molti consiglieri regionali sono ignari delle cifre dei fondi europei attribuiti alla propria istituzione. E con sorpresa, o sgomento, si può constatare che a volte questa informazione di base manca perfino ad alcuni assessori. Non è diverso per le aziende, o per il mondo dell’associazionismo, spesso del tutto all’oscuro delle varie opportunità. A volte questo oscuramento delle possibilità è voluto dall’alto, al fine di permettere una gestione più discrezionale dei fondi. Invece è indispensabile procedere con il massimo grado di trasparenza, cominciando da una voce specifica, chiara e incontrovertibile, nei bilanci delle Regioni e dei Comuni – dove spesso non figurano i fondi europei. E, quando le informazioni le abbiano colte, anche i media devono farsi carico di una diffusione di quanto si ha, di quanto e come si spende, delle stesse scadenze. Oggi è difficile reperire anche molti dei bandi, soprattutto sui siti istituzionali regionali. Provarci per credere: ciascuna delle nostre venti regioni ha un suo modo per promuovere e pubblicizzare le scadenze in vista, a volte esposte con chiarezza nei propri siti, a volte nascoste tra qualche piega, addirittura in “aree riservate”. Sarebbe una cosa egregia che sui fondi europei di competenza, le regioni italiane avviassero un coordinamento per pubblicarne sui rispettivi siti in modo uniforme e “friendly user” le informazioni necessarie, e con congruo anticipo, i bandi non ancora disponibili ma in dirittura d’arrivo, e informazioni di base per la loro compilazione. Non solo, sarebbe bene, disporre di una banca dati con tutti i progetti approvati, presentati in modo completo e chiaro. La diffusione dei bandi deve diventare anche prassi costante della rete di antenne europee presenti sul territorio, a volte molte attive in questo proposito, altre indaffarate in generiche raccomandazioni. (A inizio 2015 ho visitato un capoluogo di regione nel quale l’ufficio Europe Direct non era al corrente, o quantomeno non comunicava a nessuno, programmi e relative scadenze, e aveva organizzato come ultima attività un incontro con esperti tedeschi che illustravano le possibilità di lavoro in Germania…)

 

3) FORMAZIONE: investire nella creazione di figure preparate e dedicate all’euro-progettazione.

Accedere a un’informazione puntuale è solo un primo passo: poi bisogna sapere come muoversi, come approntare un progetto. L’Italia sconta l’assenza di figure preparate, oppure, altra faccia della medaglia, una schiera di euro-progettisti a volte improvvisati, con credenziali “fai-da-te”. Di fatto, anziché preparare risorse umane interne, ci si affida a esperti esterni, ciò che scoraggia dall’intraprendere il cammino. Del resto in Italia manca l’aggiornamento su fondi UE nelle amministrazioni locali – e chi lo fa su base volontaria a volte è perfino giudicato male, come una sorta di alteratore degli equilibri assodati negli uffici; ci si può laureare in Scienze Politiche indirizzo europeo senza sapere nulla dell’architettura e della meccanica dei finanziamenti di Bruxelles – nonostante che queste siano conoscenze preziose per trovare un lavoro; sono assenti le figure di euro-progettisti non solo nella netta maggioranza delle pur grandi aziende, ma anche nelle stesse associazioni di categoria che potrebbero mettere a disposizione tali profili all’insieme dei propri associati.

Tuttavia, chi ha sostenuto l’investimento della formazione, che sia un’università o un’azienda, ne ha tratto benefici immediati. Ecco che uno sforzo di formazione orizzontale, a tutto campo, darebbe i suoi frutti: corsi per preparare personale delle pubbliche amministrazioni, con adeguati incentivi di carriera; insegnamento nelle università; mobilitazione delle associazioni di categoria con consulenti dedicati; organizzazione di sessioni propedeutiche o specifiche su settori particolari – ambiente, turismo, cultura, energia, o altro – da parte degli stessi enti locali. La formazione, se ben organizzata, può essere poco dispendiosa e anche breve, ma con una ricaduta molto positiva.

 

4) PARTIRE DAL BANDO: non cercare un finanziamento per la “mia idea”, ma pertire dalla lettura dei bandi per trovare l’idea migliore.

Capita spesso che ci si avvicini ai fondi europei cercando un sostegno al proprio progetto  imprenditoriale, di ricerca, culturale, di politica sul territorio o altro. Altrettanto spesso un bando europeo non corrisponde a quanto stiamo cercando per la nostra idea, e questo genera rinunce deluse o partecipazioni destinate al fallimento. Dietro un tale approccio, si cela un equivoco: per quanto sia importante e legittimo avere già una propria progettualità, non bisogna cercare un finanziamento per realizzare la “mia idea”, ma avere un progetto idoneo e competitivo per realizzare quanto richiesto dal bando. Per questo per prima cosa occorre leggere attentamente le condizioni delle varie call, coglierne a fondo le finalità e le modalità, e su quanto è richiesto valutare se si è in grado di presentare una proposta. Di più: la lettura dei vari bandi, anche di quelli che magari inizialmente si erano esclusi dal proprio raggio d’interesse, è quasi sempre uno stimolo di idee, di suggerimenti per allacciare rapporti con altre realtà territoriali o estere idonee al raggiungimento degli scopi prefissi, di nuovi aspetti di lavoro che non si erano inizialmente presi in considerazione. Una lettura che deve essere occasione di dibattiti interni alla propria struttura, affrontati come primo passo di un percorso virtuoso nell’euro-progettazione.

 

5) EVITARE DI ESSERE SVANTAGGIATI PERCHE’ “PICCOLI”: l’importanza di aggregarsi.

Piccolo ma non troppo. Piccole imprese, piccoli comuni, piccole università, piccole associazioni, e via dicendo. Il tessuto e la taglia degli attori italiani spesso non aiuta a ottenere un finanziamento europeo, perché si è di dimensioni troppe ridotte. Anche la formazione di un personale dedicato diventa insostenibile per una dimensione limitata. Non si tratta però di un ostacolo insormontabile: in un progetto possono influire più soggetti di piccole dimensioni, di fatto suddividendosi i ruoli in una sorta di consorzio, e in modo da raggiungere la massa critica e le economie di scala adeguate per ottenere un finanziamento. Sotto questo profilo, il ruolo delle associazioni di categoria, è cruciale, come facilitatori di tali aggregazioni.

 

6) INCONTRARSI TRA DIVERSI: superare la cultura dei compartimenti stagni e progettare insieme ad altri attori del proprio territorio.

Oltre che della piccola dimensione, buona parte del tessuto italiano soffre di settori con mentalità auto-referenziale: imprese che pensano solo alle proprie imprese, politica locale incapace di creare ponti, associazionismo e terzo settore abituati a interloquire solo col proprio ambiente, università chiuse in se stessa. Invece spesso i bandi europei richiedono di scardinare queste distinzioni, e di elaborare progetti che vedano coinvolti pienamente attori diversi che operano sullo stesso territorio o sulla stessa tematica – una dimensione che viene rafforzata ulteriormente dalla nuova programmazione 2014-2020. Occorre dunque creare delle tavole “tra diversi contigui”, per mettere in rete la potenzialità delle imprese con quella delle università, il lavoro degli enti locali con quello delle organizzazioni della società civile, il settore produttivo con l’associazionismo, la ricerca con la politica. Ciò richiede un metodo di lavoro diverso da molte abitudini consolidate. Ma spezzare il proprio recinto e integrare in comune progetto altri soggetti di natura diversa, è già un arricchimento culturale e produttivo indotto dall’euro-progettazione.

 

7) INGEGNIERIA FINANZIARIA: provare a moltiplicare i fondi UE.

A volte l’approvazione di un progetto europeo è vissuta come un successo appagante, e lì ci si ferma. Ma spesso un finanziamento europeo non ne esclude un altro.  In Italia si accede poco ai prestiti della Banca Europea degli Investimenti, che possono essere combinati con la concessione di risorse UE da parte della Commissione. Così come una disponibilità di bilancio da parte di un’amministrazione comunale – o di altro livello – può essere destinata a quota di co-finanziamento nell’ambito dei progetti europei, in modo da aumentare anche di più del doppio il volume finanziario globale. Con l’ottenimento di un finanziamento europeo, è anche più facile richiedere contributi da parte di fondazioni, istituti di ricerca o altri erogatori.

 

8) LA VALUTAZIONE EX-POST, UNA PRATICA SPESSO SCONOSCIUTA: sedersi intorno a un tavolo e capire le lezioni positive  e negative.

Trarre degli insegnamenti da quanto fatto, da sé o da altri, è un passo cruciale per riuscire. L’”arte dei finanziamenti europei” richiede dedizione e metodo, e molto può essere verificato e modificato sulla base dell’esperienza propria o altrui. Ci si abitui dunque a fermarsi e a ragionare insieme per capire quali sono state le ragioni dell’approvazione o del rifiuto di un progetto presentato, a valutare l’impatto della realizzazione del progetto sulla base di valori di riferimento precisi (ad esempio: quanto è migliorato l’impatto ambientale o sociale? Ma il criterio più importante è in genere: quanti posti di lavoro destinati a durare sono stati creati?), a correggere il lavoro già svolto con indicazioni preziosi per le tappe successive di un progetto o per la prossima proposta che sarà presentata. Si mettano queste piccole o grandi lezioni in rete, in modo da aiutare chi verrà dopo di noi a disporre di informazioni utili sulla tempistica, sulla lunghezza del progetto, il coinvolgimento dei vari interlocutori, la composizione della squadra di partenza, le difficoltà nella messa in atto, e via dicendo.

 

9) GUARDARE ALLA PORTA ACCANTO: imparare dalle buone pratiche italiane, che ci sono.

E’ diffuso ritenere che per apprendere a presentare un progetto europeo una delle cose migliori sia recarsi a Bruxelles e incontrare i responsabili europei, oppure iscriversi a un corso di euro-progettazione. Sono scelte comprensibili, ma a volte l’aiuto migliore lo trova vicino a casa propria. L’Italia è un paese a macchia di leopardo, dove, nel pur deplorevole panorama a globale di scarso e cattivo utilizzo dei fondi UE, le eccellenze non mancano, e a nessun livello. Si contano numerose amministrazioni locali, festival culturali, associazioni impegnate nell’assistenza alla disabilità o altro, università e centri di ricerca, e ogni tipo di azienda, anche molto piccole, che hanno assimilato correttamente il metodo dei progetti europei e ottenuto eccellenti risultati. Purtroppo i loro casi non sono “messi in rete”, diffusi come buone pratiche che possano offrire elementi preziosi a chi viene dopo di loro. Ma quasi sempre, i responsabili di questi successi – assessori o dirigenti, imprenditori o ricercatori – non aspettano altro che di poter raccontare la loro storia fortunata, di poter condividere con altri quanto abbiano imparato con la loro esperienza, maturata negli stessi contesti politici e burocratici e dunque con le stesse difficoltà di partenza di tutti. Cercare di scovare queste buone pratiche italiane, andare a incontrare i loro artefici, capire come siano riusciti a imparare la lezione dei fondi europei, è senz’altro uno sforzo molto utile e di norma più proficuo che non andare a studiare in Europa.

A propria volta, laddove si sia avviato un progetto europeo, è sempre bene diffondere tramite i propri canali di comunicazione – siti o social network – alcuni elementi di quanto compiuto al fine di poterli condividere con altri. Il buon  uso dei fondi europei è una questione non di soddisfazione personale, ma di crescita collettiva.

 

10) NESSUN FATALISMO PESSIMISTA: crederci.

Se la prima regola è sanzionare moralmente chi non usa o usa male le risorse europee messe a disposizione, l’ultima è crederci. Parrebbe scontato, ma non è così. Una sorta di fatalismo negativo serpeggia tra coloro che guardano alla possibilità di competere per un finanziamento europeo con scetticismo, perché “sarà sempre per gli altri”, “bisogna essere raccomandati”, “c’è troppa burocrazia”, “è troppo difficile”, “non conosco nessuno”, “è una presa di giro”, e via dicendo. E’ l’atteggiamento peggiore. Molti possono testimoniare che non è così, che i finanziamenti europei si possono ottenere su base meritocratica e che possono permettere una svolta al proprio lavoro. Sono soldi, non regalati e bisogna sudarseli – a forza di buone idee, di innovazione, e di metodo. In questo modo niente sarà impossibile, anzi.