Sei in: Articoli LA SIRIA E LA BIENNALE DI VENEZIA

LA SIRIA E LA BIENNALE DI VENEZIA

ARTICOLO PUBBLICATO SU FUORI BINARIO

Pochi visitatori della Biennale di Venezia giungono fin lì, all'ultimo spazio in fondo all'Arsenale, in un minuscolo ex-deposito di nafta dalle pareti ancora impregnate di odore di carburante. Ma chi entra, non esce subito, restando inchiodato davanti a "Syria: Snapshots of History in the Making", un film del collettivo clandestino Abounaddara che ha messo insieme vari video amatoriali realizzati in varie parti della Siria in guerra: ragazze che ad Aleppo s3incontrano per un corso su come acconciarsi i capelli che è in realtà una forma di sopravvivenza, una signora a casa sua che dichiara la sua strenua lotta contro ogni forma di oppressione femminile da parte degli islamisti che occupano la sua città; due soldati governativi che in uno scambio a fuoco di notte danno del traditore ai ribelli nascosti in trincea a pochi metri; la camminata di Assad su un lungo tappeto rosso, come un pavone surreale; un ragazzo che una naturalezza disarmante, ma è solo un leggero paravento davanti a uno sconquasso interiore sconvolgente, parla del compagno di classe ucciso da una bomba, della scuola evacuata, dei genitori che non ci sono più. E poi i profughi siriani in Libano, con le loro miserie non solo di vita, ma soprattutto di prospettiva: che sarà della loro vita?

Vediamo questo lungo film, scorgiamo qualche istante di vita quotidiana sotto le bombe e la paura in Siria, e condividiamo quanto scrisse Malinowski: "per giudicare qualcuno, bisogna essere lì con lui".

Invece giudichiamo l'altro, e ci guardiamo bene dal volere capire da dove viene, cosa vive. Abounaddara, per questo lavoro corale, crudo e spontaneo, ha vinto il Leone d'Argento della Biennale, ma nessuno è andato a ritirarlo. Peccato, avremmo potuto finalmente vedere il siriano di cui leggiamo sui giornali, il siriano dei centri di raccolta, lo scarto della storia, riscattato nell'atto di ricevere un premio ambito, nella crema della cultura europea. Avremmo forse, per una volta, potuto riconoscere l'"altro". Quell'"altro" che tanto infastidisce per la sua presenza, e che, di un'altra etnia e di un'altra cultura, arriva da una guerra vera e offre solo uno spettacolo di dignità, anche quando cade per lo sgambetto di una donna egoista che rappresenta molti di noi.

Perché non siamo preparati, nonostante anni e anni di esposizione mediatica e di incontri reali nelle nostre strade, a vedere l'"Altro" come noi, ma lo interpretiamo come uno straniero che appartiene quasi a una specie diversa, e soprattutto che ci appare, chissà perché, come una minaccia.

Ricordo una signora romana, a cui parlavo degli afghani che avevo frequentato quando vivevo a Kabul, e degli afghani che vivevano accampati tra i binari morti dell'Ostiense, che mi disse con sincerità: "Ma io come potrei incontrarli? Cosa potremmo dirci? E in che lingua? Come potremmo capirci? Ed evitare di essere solo guidati dalla compassione d parte mia e dall'interesse da parte loro".

Non poteva dir meglio. Così sentono le maggioranze. E finisce come alla Biennale di Venezia: un capolavoro nascosto nell'ultima stanza, una premiazione fallita, un incontro mancato come accade oggi tra una riva e l'altra del Mediterraneo, al cospetto di una guerra vicina. Non c'è incontro, e forse nemmeno per indifferenza, ma perché esiste infatti un genere di pietà troppo pesante da reggere. Allora si fa saltare in aria il suo oggetto, e in troppi vogliono solo una cosa: non guardare più.

 

Niccolò Rinaldi