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IL MIO ULTIMO ARTICOLO PER L'HUFFINTGON POST

I quattro paradossi dell'Europa nel dopo Parigi

Una settimana dopo le stragi, ci sentiamo tutti più europei, ma è un paradosso. Inglesi che cantano la Marsigliese allo stadio, fiori di fronte a ogni ambasciata francese in Europa, profili Facebook colorati col tricolore transalpino - quanta emotività collettiva per ogni vittima di Parigi, avvertita come "una di noi". Ma ci fermiamo qui, perché questa identità comune poi annaspa quando con altrettanta convinzione si dovrebbero chiedere un controspionaggio comune, una politica di difesa comune, una politica estera comune, una politica dell'immigrazione comune. Anzi, in questa settimana in molte capitali si è affermato di nuovo il principio del "faccio da solo". Nessuno ha proposto più risorse proprie dell'Ue per strumenti comuni, ma solo maggiore flessibilità per rafforzare la sua intelligence o armare i suoi bombardieri. Possibile che le piazze europee si ritrovino unite solo nel lutto?

Il secondo paradosso sta nella nostra compassione, geograficamente selettiva. Piangiamo per Parigi, ma non lo abbiamo fatto per le vittime russe, turche, libanesi, tunisine, e ancora prima siriane e irakene. Si ripete il meccanismo che lasciò l'opinione pubblica europea largamente indifferente alla sorte degli 800.000 tutsi e hutu moderati che in cento giorni, nel 1994, furono uccisi uno a uno in Ruanda. Erano avvertiti come "lontani", diversi" (perfino come "neri") e quindi non riconducibili alle nostre categorie di comprensione, perché "tribali", "tutti uguali" tra loro, senza voler distinguere vittime da carnefici; soprattutto si pensava che quell'olocausto non costituisse una minaccia per noi. Poco contò che dietro le milizie genocidarie c'era anche lo zampino di qualche paese europeo e il sonnecchiare di altri. Anche oggi le vittime per le quali "sentiamo" vera pietà sono quelle sotto casa: un atteggiamento fatale, perché è immediato identificarci coi ragazzi di Parigi, eppure superficiale e perfino egoista in un Mediterraneo dove la guerra, da oltre due anni, è ormai alle porte, dove armi in abbondanza sono nelle mani di persone, molte delle quali cittadine europee, invasate da odio distruttore. Pensare che se ne stessero al di là di confini sempre più aleatori, era un'illusione, alla quale si è attaccata questa nostra compassione selettiva.

Il terzo paradosso sta nella ricerca della soluzione. La reazione è legittimamente, energica, ma non deve lasciar credere che la guerra contro il terrorismo sia solo - è anche questo, certo - questione di blitz e di spedizioni punitive. Essa è piuttosto un percorso lungo, nel quale paghiamo anni di ritardi: creazione di lavoro nei paesi mediterranei, borse di studio per evitare che i giovani arabi trovino solo nel Golfo delle possibilità di formazione, creazione di una banca euro-mediterranea per lo sviluppo, lancio di un canale televisivo euro-mediterraneo per un'informazione che rompa il quasi monopolio del Qatar con Al Jazeera, istituzioni con i paesi amici per la cooperazione politica, economica e per la sicurezza sul modello del consiglio d'Europa e dell'Osce. E molto altro, come norme che permettano la revoca della cittadinanza europea a chi ne tradisce i valori fondanti e una armonizzazione delle varie discipline che regolano negli Stati dell'Ue la vita delle comunità islamiche - dalle modalità di nomina degli imam, al ruolo della scuola laica, agli aspetti fiscali e finanziari.

L'Europa ha tutto quello che le serve per riuscire in questo compito - e questo è l'ultimo, definitivo paradosso: non c'è niente che non sia fattibile, dipende solo da noi. Nel mondo, anche in quello a noi vicino ci sono mille esempi di miglioramenti - basta confrontare i Balcani di oggi con quelli di solo venti anni fa. Ma il vero passo in avanti sarebbe passare da questa unità europea nella compassione e nella rabbia, a un'unità nella politica. Avevamo scartato gli eurobond e non possiamo accontentarci adesso delle "eurobomb", come ha scritto Flavio Pasotti. Altrimenti avranno ragione le bandiere davanti ai palazzi dell'Ue a Bruxelles, una visione emblematica: ventisette sventolano alte, e solo due sono abbassate: quella francese, e quella europea - con la seconda che ha anche più ragioni della prima per restare a mezz'asta.