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PURCHE' LO SI CAPISCA

E’ come per il calcio, dopo la partita, ci sono le interviste negli spogliatoi, le terribili “analisi”, le pagelle. E’ la noia che cerca di consolare il vuoto. E’ la distrazione dai veri problemi meritevoli di “analisi” – che quasi mai sono l’elezione o la mancata elezione mia o di caio o sempronio. Rifuggo sempre dai pronostici, né ho mai basato le mie scelte personali, in politica, sul dove sembra che tiri il vento. Osservo con spirito estraneo lo sport nazionale italiano del salto sul carro del vincitore, e diffido di chi ora spara sul governo e il suo presidente del consiglio avendo magari taciuto finora. Capita, ad esempio, ad alcuni giornali.

Preferisco apprezzare molte cose che sono state fatte – che so io, dalle unioni civili al divorzio breve, dal reato di omicidio stradale all’ultimo provvedimento sul “dopo di noi”. So fin troppo bene, sappiamo tutti, tuttavia, che le cose più strutturali non vanno bene: la pressione fiscale non diminuisce, alla faccia degli imu-day e altre carnascialate; il debito non scende, anzi; la disoccupazione reale cala a stento; che c’è chi si continua a suicidare perché fregato dalle banche; la corruzione e la questione morale sono sempre lì, ingombranti tabù dei partiti; so, sappiamo, soprattutto, che il distacco su tutti questi e altri parametri, tra il mio paese e gli altri dell’Europa, aumenta; so anche che il peso dell’Italia in Europa non è affatto aumentato, come dimostra una certa solitudine nella quale veniamo lasciati nel far fronte all’immigrazione, mentre la pure ottima proposta del governo sul “migration compact” non ha avuto grandi seguiti finora.

Poi ci sono, appunto, le “analisi”. Che spesso ci dicono varie ovvietà: una narrazione sempre sul vincente e a tratti tracotante finisce per infastidire; Renzi ha fallito nell’unire le vere forze rottamatrici del paese, ma non per questo è un fallito: il PD, una volta di più, farà pagare al paese la sua ennesima fase di resa dei conti interna; il centro-destra senza Berlusconi lo devono ancora inventare; chi grida contro migranti, Europa o euro raccoglie consensi ma mai maggioranze; stare a fare sofismi fra “voto di cambiamento” anziché “voto di protesta” è davvero ridursi malocchio; e in fin de’ conti ci voleva poco a capire, ascoltando i candidati, come sarebbero finiti certi ballottaggi.

A strapparci un sorriso, almeno, ci sono poi le perle ipse dixit:

«Il voto amministrativo non è un campanello di allarme per il referendum»
(Matteo Renzi, 6 giugno 2016)

«Leggere questo risultato come un successo grillino è onestamente ridicolo»
(Matteo Orfini, presidente del Pd e commissario a Roma)

Mah. Del resto, le newsletter del presidente del consiglio, che un tempo erano per me un modello e un’ispirazione, da un po’ sono spesso un selettivo esercizio di notizie da toni propagandistici e di dubbio interesse, tanto da risultare a tratti perfino comiche o addirittura stucchevoli (e si pensa di conquistare voti con questa comunicazione così ridondante, sull’ultima visita a Mosca o sulla lettera strappalacrime dell’ex-precario?).

Ma almeno Renzi prova a dire qualcosa, e forse sarà aiutato da una sconfitta che potrebbe essere salutare, arrivata al momento giusto – non troppo tardi per rimediare. A destra invece non dicono niente, stanno ammutoliti, o imprecano, e devono riorganizzare tutto. Mentre i cinque stelle vanno avanti per la loro strada che è, appunto, la loro strada, ancora imperscrutabilmente ambigua e tendente alla demonizzazione. Tuttavia la prima dichiarazione dell’Appendino è esemplare. Ha chiesto a Profumo di dimettersi da quell’ennesimo capitalismo municipale e politicamente orientato che è la Compagnia Sanpaolo. Un invito che va oltre il localismo, e che a suo modo punta al cuore del problema. Tanto che venendo alle conclusioni, all’”ora che si fa?”, non servirebbe altro che il PD osservi quella scena, come si riflette al cospetto del nodo cruciale di un dramma teatrale: la tempistica e il merito della dichiarazione, e anche i tratti e il tono, tra garbo e determinazione, della neo-sindaca.

E provi a capire, senza perdersi in altre chiacchere.

Provi a capire.

Se capisce, riparte - e si riparte.

 

* Per chi fosse a digiuno della questione, cito da un articolo di Davide Giacalone, avvertendo che la questione non è torinese, perché si tratta solo di un caso tra i mille in Italia dell’intreccio tra politica e affari così illiberale e ipocrita:

“Dalla Compagnia San Paolo, che è la più grande fondazione bancaria italiana, detentrice di più del 9% della più grande banca, hanno provato ad alzare un ponte levatoio: siamo un “ente autonomo filantropico e di natura privata”. Troppo grazia. Peccato che alla presidenza si trovò anche Sergio Chiamparino, che era già stato sindaco di Torino e si dimise per candidarsi a presidente della regione. Peccato che ai suoi vertici siedano rappresentanti degli enti locali, designati con decreti del sindaco, quindi della politica, mentre la filantropia potrebbe essere malamente intesa. Capita, difatti, che l’attuale presidente, il professor Profumo, fosse presidente dell’Iren (anzi, per qualche tempo sostenne di potere restare presidente di entrambe le cose), dove è stato sostituito da Peveraro. Il quale è un ex assessore comunale della giunta Chiamparino, nonché ex assessore regionale con Mercedes Bresso. Un politico. Che considero definizione nobile, ma anche indizio per capire grazie a quali meriti e a quale attività ha conquistato la presidenza di una società quotata in Borsa, ma partecipata dagli enti locali, quindi dalla politica. Profumo, a sua volta, era colà presidente dopo avere svolto una lunga e onorata carriera universitaria, per poi essere nominato presidente del Cnr e successivamente divenire ministro. Quindi entrando a pieno titolo nella schiera dei politici. Che questo porti a sapere dirigere aziende e fondazioni è da dimostrarsi, che sviluppi la propensione alla filantropia è tesi la cui arditezza richiede intelletti ben superiori al mio.”