Sei in: Articoli OMAN, UN PAESE DA SCOPRIRE - TRA GEOGRAFIA DIFFICILE E POLITICA EQUILIBRISTA

OMAN, UN PAESE DA SCOPRIRE - TRA GEOGRAFIA DIFFICILE E POLITICA EQUILIBRISTA

IL MIO ARTICOLO SULL'ULTIMO NUMERO DI SOLIDARIETA' INTERNAZIONALE

 

La geografia non aiuterebbe. A occidente la guerra sporca dello Yemen, cugino intrattabile e sempre fonte di guai, e poco oltre, nella sempre turbolenta Somalia; a nord, in Arabia Saudita, un vicino che si sente chissà chi e vuole dettare leggi in tutti i campi: finanza, energia, alleanze internazionali, grandi infrastrutture regionali, ma anche, fattore non facile da capire per noi europei, nella dimensione della religione, laddove religione implica anche comportamenti sociali nel dettaglio; a nord-est, gli Emirati di Dubai e Abu Dabhi che hanno abbracciato una loro inedita forma di capitalismo frenetico con l’ossessione spasmodica di voler stupire a forza di megalomani progetti d'ogni sorta; di là dal mare, l'Iran e i suoi simulacri di cui si diffida; e andando un poco oltre, i giganti più o meno poveri del Pakistan, dell'India, del Bangladesh. Quanto allo scrigno interno, dentro le frontiere sono racchiusi tanto deserto, montagne di rocce senza alberi e inaccessibili, e coste di sabbia fine e mare pulito ma schiacciate dalla calura incessante. La ricompensa per tanta natura estrema è il petrolio, ma rispetto ai giacimenti confinanti, questi sono noccioline. L'Oman, con i due milioni di abitanti nel loro vasto paesaggio lunare, non vuole specchiarsi nei suoi vicini, ma non può nemmeno prescinderne.

 

Come potrebbe? Qui si respira aria di calma, di una rilassata faccenda di come regolare l’orologio dell’islam del Golfo con mille coordinate: l’anticomunismo e il rapporto con gli americani, l’onda ravvicinata degli sciti, i dollari e i petroldollari, la prudenza tra conservazione e apertura, il turismo per chi voglia scoprire queste coste, e soprattutto le aspettative di una popolazione sulla cui pelle si è compiuto un esperimento di accelerazione.

 

Appena sessanta anni fa la vita dell’Oman non differiva molto da quella di qualche secolo addietro. Beduini, montanari, pescatori – e sultani – vivevano con cammelli e lunghe camminate, piccole barche e famiglie unite, affermando la stabilità della società sui cambiamenti della storia. L’Oman meritava la poesia del suo nome, il richiamo delle Mille una notte, contrada orientale collocata sull’angolo quasi retto dell’intersezione tra Golfo persico e Oceano indiano, quasi in vista di Zanzibar, o Bombay: una predestinazione ai commerci e anche a una certa poesia. Bastava soffermarsi su un nome, assaporarne la fragranza mentre lo si pronuncia, “Muscat”, e capire che il solo paese al mondo la cui capitale abbia un nome che è una spezia non può tradirsi, non può sporcarsi le mani con il “progresso”.

 

Ma la macchina del tempo qui non si è fermata, e in pochi anni ha rivoluzionato le abitudini degli omaniti. Si costruiscono centri commerciali, si aprono banche, sono arrivati parecchi occidentali, c’è un po’ di petrolio (per ora) e forse anche più gas, si fanno ponti d’oro al turismo per diversificare l’economia. Una popolazione che coltivava una sapienza millenaria nel riuscire a vivere in un clima e in un terreno estremi, in pochi anni ha subito una mutazione antropologica che altrove avrebbe richiesto secoli. Arrivo a Nizwa, antica capitale, a ridosso delle montagne interne, e avverto il clima più conservatore rispetto alla costa, ma tutti sono gentilissimi e attrezzati per i visitatori, quando ancora negli anni cinquanta il viaggiatore britannico Theiseger non poté entrare in città e fu costretto a restare fuori dalle porte. Per quel che valgono le statistiche delle Nazioni Unite, un loro dato fa certo colpo: tra i 135 paesi del mondo a economia integrata, l’Oman è quello che ha conosciuto in assoluto il maggiore sviluppo negli ultimi quarant’anni. L’esperimento, si direbbe, sta riuscendo tra mille equilibrismi.

Tra questi, piccola spia, il fatto che le donne sono elette in parlamento, ma in misura minima; o che esiste il parlamento, con poteri fino a poco fa meramente consultivi e da oggi di un vago controllo sull’azione di governo. Oppure i centri commerciali e quelli universitari freschi d’inaugurazione, la cui architettura resta ancorata a un’evocazione fiabesca da tappeti volanti. Mancano gli scandali sauditi: la donna guida, passeggia per strada sola o in compagnia, a Muscat perfino senza velo, ma solo le occidentali; ma la monarchia resta, con quel termine perentorio che si associa inequivocabilmente a un passato remoto, “assoluta”. Il sultano, Q?b?s bin Sa??d ?l Sa??d,  si prese il potere con l’aiuto degli inglesi detronizzando il padre e da oltre 45 anni è sempre lì a regnare, con una sequela di vicissitudini, guerriere e di costume, che ne fanno un personaggio fuori dall’ordinario, quasi favoloso. Il suo volto senza arroganza e senza pose da bulletto campeggia spesso “ma non troppo” nei vari angoli dell’Oman e la sua amministrazione è salomonica: buoni rapporti con i sauditi, ma anche con gli iraniani, e anzi, da ibadita (il sultanato è il solo paese al mondo a maggioranza ibadita) ponte tra sciti e sunniti; riconoscitore, rara avis nel mondo arabo, dell’accordo di pace tra Egitto e Israele; amico degli americani e degli europei, ma anche degli indiani; proprietario di un immenso yacht col quale naviga pe ril mondo, ma anche appassionato di musica classica tanto da far costruire un magnifico, e immenso, teatro dell’opera, dove suona la “sua” orchestra sinfonica, di gran lunga l’eccellenza del mondo arabo.

Questa perla musicale, questo vanto personale, non è il capriccio di un monarca, è anche un biglietto da visita dell’Oman nel mondo, e un indicatore di tutto ciò che c’è da capire dell’Oman: musica classica e musica araba, in un organico da orchestra sinfonica che è tipicamente occidentale, un’impronta proprietaria del sultano, e professori d’orchestra uomini e donne – e tanto peggio per i bigotti sauditi che per via delle presenze femminili non l’hanno mai potuta ospitare.

 

Il paese è quindi uno strano paese. Un miracolo economico e un inedito di società. La guerra del confinante Yemen pare cosa lontana, tenuta a bada senza infiltrazioni: ma anche l’Oman faticò molto prima di pacificarsi, perché i ribelli comunisti si asserragliarono nelle parti interne negli anni settanta e detteroi filo da torcere, in un paese dove il culto delle armi è secondo solo a quello dei cammelli. Oggi le prime si vedono nelle sembianze di moschetti d’epoca assai poco minacciosi, appesi un po’ dappertutto nei musei e negli splendidi forti riconvertiti da monumenti di architettura unica con la loro sembianza di castelli di sabbia, mentre i secondi, che erano riveriti come da noi i cavalli, si fanno vedere ancora ma sempre meno. Anche i suq sono strani, melange di viuzze restaurate in stile come a Nizwa, o appendici di mercati indiani più che arabi, come a Muscat. Perché gli indiani qua hanno la loro parte ni traffici mercantili, aristocrazia dell’immigrazione che manda avanti il paese. Filippini, pakistani, bengalesi vengono qui a guadagnare la metà degli omaniti, ma sempre più che a casa loro. A Nizwa un barbiere del Bangladesh mi racconta in poche frasi la sua vita. Trentacinque anni in Oman, un negozietto che gli consente un lavoro decoroso e di ritornare a casa ogni due anni pe run paio di mesi, mai un problema di discriminazione, l’obbligo di rispettare regole chiare imposte a tutti, la nostalgia di casa perché in Oman “non c’è niente, ma proprio niente di fresco” e in fondo ci si annoia.

 

La noia. Forse questo è il punto nevralgico in questa terra ordinata e senza acuti: un omanita della mia età attacca un bottone sulle auto italiane: si aspetta che io conosca i prezzi e i modelli e le gerarchie delle Ferrari, Maserati e Lamborghini. Devo deluderlo, ne so poco di quel mondo suo quale coltiva i suoi sogni, fatto di lusso rombante che cominciando a sfrecciare anche sulle autostrade di Muscat si fa ance più tangibile di una irraggiungibile leggenda. Finito l’argomento bolidi italiani e relativi prezzi, pare che non ci sia niente altro da dire: anche la televisione trasmette sempre le solite cose e la vita politica, come quella sportiva o culturale,  è di una monotonia totale.  Le strade, la sera alla fine del Ramadan, si popolano alla grande, ma tutti sembrano compiere sempre lo stesso giro, a Nizwa come a Muscat, come capita in una terra che ha bandito la segregazione, ma non ha aperto alla libertà.

 

Niccolò Rinaldi