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SURINAME: UN CASO PER GLI ACCORDI DI PARTENARIATO ECONOMICO DELL'UE

PUBBLICATO DA SOLIDARIETA' INTERNAZIONALE, GENNAIO 2017

L’amaca in vendita al mercato lungo il mare di Paramaribo si presenta come sudamericana, ma è al solito made in China. Il secchio di metallo della ferramenta, viene anch’esso dal sud est asiatico, come quasi tutte le suppellettili. Le automobili sono quasi tutte giapponesi. Eppure Paramaribo pare ancora quello che è stata per secoli: un’appendice atlantica dei Paesi bassi, con quelle chiesette un po’ così, quelle casette dai piani alti, quegli edifici con gli infissi bianchi, quell’idea di estetica un po’ rigida che privilegia l’ordine. Ci sono anche il forte, i cannoni, il museo – tutto un apparato di memoria che ci riporta all’Europa, all’ex madrepatria. Quell’Olanda oggi detestata, anche perché troppo puntigliosa su alcune violazioni dei diritti dell’uomo, ha però lasciato in Suriname la lingua, una fierezza nazionale, l’atipicità sassone nel continente latino-americano. Il mare, così presente in un paese dall’interno ricco di foreste poco accessibili, è il colore, lo spazio ideale, il trait d’union col resto del mondo – “riflessione tipicamente olandese”.

E al di là delle apparenze, l’Europa è presente anche nei mercati, che non sono tutto ad gloriam aeternam di Pechino. Paese ACP, il Suriname è il classico esempio della parabola delle nuove relazioni commerciali con l’Europa. Tutto ciò con il regime vantaggioso riservato dagli accordi di Cotonou – e prima ancora dalla Convenzione di Lomé. Relazioni basate su sovvenzioni e accessi che finivano per essere discriminatori nei confronti di altri paesi in via di sviluppo che non siano parte del blocco Africa-Caraibi-Pacifico. Ci pensarono gli Stati Uniti a impugnare queste prerogative dinanzi all’Organizzazione Mondiale del Commercio, ed ebbero ragione con una prima sentenza. Ma a Washington non bastò, ci volle una seconda iniziativa con relativo, più cogente, verdetto, a convincere l’Europa che il regime privilegiato per i paesi non era più compatibile con le normative dell’OMC.

Questo aprì due processi. Da una parte una polemica di delegittimazione del multilateralismo targato WTO, che con le sue armonizzazioni rendeva un pessimo servizio ai rapporti commerciali a vantaggio degli ACP; dall’altra, la lenta ricerca di un nuovo sistema di accordi commerciali tra UE e ACP che fosse compatibile con le disposizioni di Ginevra.

Una ricerca che è andata avanti a lungo con due forze contrastanti: la parte europea a spingere, quella ACP a rallentare.  Ma il lato europeo ha sempre avuto un coltello dalla parte del manico: il mancato passaggio a un EPA comporta a scadenza la fine delle agevolazioni previste da Cotonou. Ma il vero coltello dalla parte del manico si trova ancora nelle mani dell’OM, perché se il partenariato UE-ACP non cambia, pioveranno altri ricorsi e vi saranno altre incompatibilità con le norme multilaterali dalle quali ci sono poche difese. Così, tra mugugni e opposizioni locali, esitazioni delle classi dirigenti, e in un clima generale di sospetto – per dir poco – nei confronti delle regole mondiali del commercio, sono stati avviati dei negoziati per siglare degli Accordi di Partenariato Economico su base regionale, spesso preceduti da equivalenti accordi ad interim.

Ogni regione ha le sue chicche – prodotti privilegiati da commercializzare salvaguardie particolari – ma il formato di questi EPA è discretamente uniforme: accesso al mercato europeo gradualmente sempre più libero da quote e dazi (per i paesi più poveri si parte da subito con zero dazi e zero quote), clausola di sicurezza da parte europea nel caso che le importazioni da un paese beneficiario di un’EPA alterino in modo significativo il mercato, e accesso asimmetrico – ovvero con dazi e quote, in riduzione più lenta e anche destinate a permanere – per i prodotti europei. Tutto bene, fin qui. Il passo successivo è la liberalizzazione dei servizi, ovvero la possibilità, di fatto, per gli operatori europei di entrare nella gestione di attività economiche ma anche di servizi pubblici, dei paesi ACP – una prospettiva sottoposta a varie cautele ma di per sé tale da allarmare organizzazioni della società civile e molti governi. Infine, un EPA prevede anche lo smantellato o quantomeno la riduzione di vincoli burocratici e una facilitazione del sistema doganale – uno dei meandri più oscuri in quanto a gestione paralalia del potere locale e di condizionamento del pubblico nei confronti del privato. Un capitolo mica facile da accettare, perché mette in discussioni antichi privilegi burocratici. C’è poi l’idea: la sgradita idea di dover entrare nei meccanismi rischiosi o promettenti che siano dell’economia globale.

E’ quanto basta per innalzare muri di opposizione alle trattative, che infatti in molti casi trascinano i piedi e dove spesso si confrontano atteggiamenti, oltre che posizioni, molto diversi. La parte europea con le idee chiare, lo stile (diciamo così) assertivo, e la consapevolezza di una posizione di forza dovuta alla compatibilità della proposta con le norme OMC; e la parte ACP con il sospetto di restare uccellati e incapace di una vera alternativa condivisa e che soddisfi i parametri OMC. Due approcci diversi che finora hanno premiato la volontà dell’UE di concludere gli accordi ma al prezzo di una tabella di marcia saltata e condizionata da lentezza, rivisitazioni, compromessi al ribasso.

Torniamo a Paramaribo, perché il Suriname è stato uno dei primissimi paesi a siglare un EPA come parte sui generis (non un’isola, ma ben saldo nella terraferma, e con la specificità linguistica) della regione caraibica, contraente dal 2008 del Cariforum. Ecco perché aggirarsi per le strade di questa bella capitale dall’identità singolare, incontrarne i responsabili politici, è indicativo di cosa sia accaduto.

E cosa è accaduto con questo EPA in piena forma, addirittura quasi un modello? Mi fermo qua, o quasi. Perché è presto per dirlo, nonostante di anni ne siano già passati. Ma quello che ci dicono, è che mandano gli strumenti di monitoraggio reale, che il quadro non è ancora abbastanza chiaro. Certo, gli estremi non si sono avverati. Nessuna colonizzazione, nessuna deriva, e tantomeno rapida dinamica di sviluppo. Ci sono processi di ratificazione ancora in corso e una buona dose di pazienza reciproca: ad esempio l’UE non ha esercitato i suoi diritti quando il Suriname, insieme ad altri due paesi caraibici, ha imposto delle restrizioni sull’importazione di auto usate dall’Europa. Piuttosto, oggi questo paese gode di un’integrazione regionale molto maggiore, perché vincolato insieme agli quattordici paesi caraibici da un quadro normativo commercial comune con l’UE. Per un paese “olandese”, un unicum da queste parti al netto delle Antille, non è poco. Quanto al resto, la crisi ha limitato potenzialità e rischi, ovvero non permettendo la levitazione degli scambi. Tuttavia, finalmente il Suriname ha un quadro di rapporti commerciali con l’Unione Europea che lo priva, come agli altri paesi firmatari, dell’alone dell’isola protetta, favorendo un’integrazione non solo con l’Unione Europea, ma con il resto del mondo. L’alternativa, sarebbe, verosimilmente non un’economia tendenzialmente autarchica, ma sempre più dipendente dai prodotti della Cina & Co. In ogni caso a Paramaribo non sembrano agitati: il processo prende tempo, prende tempo. Tanto quanto le polemiche che lo hanno preceduto.

Niccolò Rinaldi