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CI HA LASCIATO ANTONIO BORGHESI, MA NON IL SUO ESEMPIO PER LUI SOLO UN ABBRACCIO E UN IMMENSO GRAZIE

Come si dice, “quando muore qualcuno muoiono anche le stelle, e quelle che vediamo sono delle altre”. E la malattia ha sottratto ad Antonio la vita, ancora così piena, e a noi un firmamento costellato delle tante luci del suo impegno.

Qualsiasi elenco sarebbe patetico, ora. Perché non contano tanto il suo curriculum da uomo di grandi competenze messe al servizio della collettività, le sue mille cose fatte, o il primato (che dice già tanto) di deputato più produttivo della scorsa legislatura: ciò che Antonio rappresentava era soprattutto la combinazione di tre qualità per lui così esistenziali.

La passione, il mettere il cuore in ciò in cui credeva e crediamo, l’entusiasmo - che, tanto per dirne una, lo ha portato, già malato, a essere il vero promotore e fondatore di noi Liberi Cittadini, proprio quando molti mettevano i remi barca del loro voler aiutare il bene comune.

La solidità dell’affrontare qualsiasi tema – etico, economico internazionale, qualsiasi – rifiutando ogni spontaneismo, senza lasciarsi travolgere dalla “passione” appunto o da un superficiale intuito, ma procedendo sempre con metodo, ovvero studiando, documentandosi, confrontandosi, mettendo insieme il particolare col tutto; un rifiuto di ogni improvvisazione che lo faceva diffidare dei “movimentismi” e che lo ha sempre reso, anche da capogruppo alla Camera, un politico metodico e anche un uomo di squadra e di partito, pronto a rimettersi alle decisioni della maggioranza, purché maturate in modo democratico.

La sua granitica onestà, applicata a tutto, la sua indignazione per vitalizi e vergogne varie, la sua diversità strutturale rispetto a quei tanti politici italiani che vedendo i soldi perdono la testa (e l’anima), la sua attenzione sistematica alla trasparenza - tanto che io penso che la sua candidatura alla segreteria dell’Italia dei valori, poi confluita in una proposta a quattro, era la più osteggiata proprio per un timore nemmeno tanto inconfessato nel vederlo, come io proponevo, assumere la carica di tesoriere.

Aggiungo un quarto fiore: il sentimento, così forte, dell’amicizia. Antonio coinvolgeva, dava fiducia, amava insegnare nel senso ormai dimenticato, era un compagno di una lealtà assoluta, la rara persona a cui si poteva dare piena fiducia: per me uno dei più luminosi incontri, a lui devo molto. E anche un pranzo come quello che abbiamo avuto a Verona alla vigilia di natale (e ne parlo qui perché è stato l’ultimo), mi mancherà sempre.

In tutte queste sue qualità, Antonio era, nel senso migliore, come un protestante: apparteneva a quella cultura della militanza che non smonta mai, propria delle minoranze certe di farsi carico di una rettitudine e di una inflessibilità indispensabili in un paese moralmente allo sfacelo. E, per questo suo essere, interloquiva senza pregiudizi con tutti coloro, destra o sinistra poco cambia, che fossero animati dalla stessa visione della politica non solo come uso virtuoso del potere, ma – ed è quasi eredità risorgimentale – come esercizio di una missione, compimento di un dovere civile, assolvimento di un mandato pubblico.

Alla fine non si può tracciare un bilancio dell’impegno di Antonio Borghesi. Per persone come lui, ogni consuntivo è il libro aperto di un percorso mai del tutto compiuto, un cammino tra le luci e le ombre della storia dell’Italia, dove quello che conta non è una serie di risultati durevoli o precari o di sforzi incompresi, ma la dedizione dell'uomo, il suo servizio verso la collettività, la sua capacità di servire gli interessi degli altri. Se la si mette così, il bilancio è altissimo.

Per questo, per noi che l’abbiamo conosciuto e che con lui abbiano lavorato, e per la laica Italia della ragione, sarà il dopo Antonio a darci la misura di Antonio Borghesi.

 

SURINAME: UN CASO PER GLI ACCORDI DI PARTENARIATO ECONOMICO DELL'UE

PUBBLICATO DA SOLIDARIETA' INTERNAZIONALE, GENNAIO 2017

L’amaca in vendita al mercato lungo il mare di Paramaribo si presenta come sudamericana, ma è al solito made in China. Il secchio di metallo della ferramenta, viene anch’esso dal sud est asiatico, come quasi tutte le suppellettili. Le automobili sono quasi tutte giapponesi. Eppure Paramaribo pare ancora quello che è stata per secoli: un’appendice atlantica dei Paesi bassi, con quelle chiesette un po’ così, quelle casette dai piani alti, quegli edifici con gli infissi bianchi, quell’idea di estetica un po’ rigida che privilegia l’ordine. Ci sono anche il forte, i cannoni, il museo – tutto un apparato di memoria che ci riporta all’Europa, all’ex madrepatria. Quell’Olanda oggi detestata, anche perché troppo puntigliosa su alcune violazioni dei diritti dell’uomo, ha però lasciato in Suriname la lingua, una fierezza nazionale, l’atipicità sassone nel continente latino-americano. Il mare, così presente in un paese dall’interno ricco di foreste poco accessibili, è il colore, lo spazio ideale, il trait d’union col resto del mondo – “riflessione tipicamente olandese”.

E al di là delle apparenze, l’Europa è presente anche nei mercati, che non sono tutto ad gloriam aeternam di Pechino. Paese ACP, il Suriname è il classico esempio della parabola delle nuove relazioni commerciali con l’Europa. Tutto ciò con il regime vantaggioso riservato dagli accordi di Cotonou – e prima ancora dalla Convenzione di Lomé. Relazioni basate su sovvenzioni e accessi che finivano per essere discriminatori nei confronti di altri paesi in via di sviluppo che non siano parte del blocco Africa-Caraibi-Pacifico. Ci pensarono gli Stati Uniti a impugnare queste prerogative dinanzi all’Organizzazione Mondiale del Commercio, ed ebbero ragione con una prima sentenza. Ma a Washington non bastò, ci volle una seconda iniziativa con relativo, più cogente, verdetto, a convincere l’Europa che il regime privilegiato per i paesi non era più compatibile con le normative dell’OMC.

Questo aprì due processi. Da una parte una polemica di delegittimazione del multilateralismo targato WTO, che con le sue armonizzazioni rendeva un pessimo servizio ai rapporti commerciali a vantaggio degli ACP; dall’altra, la lenta ricerca di un nuovo sistema di accordi commerciali tra UE e ACP che fosse compatibile con le disposizioni di Ginevra.

Una ricerca che è andata avanti a lungo con due forze contrastanti: la parte europea a spingere, quella ACP a rallentare.  Ma il lato europeo ha sempre avuto un coltello dalla parte del manico: il mancato passaggio a un EPA comporta a scadenza la fine delle agevolazioni previste da Cotonou. Ma il vero coltello dalla parte del manico si trova ancora nelle mani dell’OM, perché se il partenariato UE-ACP non cambia, pioveranno altri ricorsi e vi saranno altre incompatibilità con le norme multilaterali dalle quali ci sono poche difese. Così, tra mugugni e opposizioni locali, esitazioni delle classi dirigenti, e in un clima generale di sospetto – per dir poco – nei confronti delle regole mondiali del commercio, sono stati avviati dei negoziati per siglare degli Accordi di Partenariato Economico su base regionale, spesso preceduti da equivalenti accordi ad interim.

Ogni regione ha le sue chicche – prodotti privilegiati da commercializzare salvaguardie particolari – ma il formato di questi EPA è discretamente uniforme: accesso al mercato europeo gradualmente sempre più libero da quote e dazi (per i paesi più poveri si parte da subito con zero dazi e zero quote), clausola di sicurezza da parte europea nel caso che le importazioni da un paese beneficiario di un’EPA alterino in modo significativo il mercato, e accesso asimmetrico – ovvero con dazi e quote, in riduzione più lenta e anche destinate a permanere – per i prodotti europei. Tutto bene, fin qui. Il passo successivo è la liberalizzazione dei servizi, ovvero la possibilità, di fatto, per gli operatori europei di entrare nella gestione di attività economiche ma anche di servizi pubblici, dei paesi ACP – una prospettiva sottoposta a varie cautele ma di per sé tale da allarmare organizzazioni della società civile e molti governi. Infine, un EPA prevede anche lo smantellato o quantomeno la riduzione di vincoli burocratici e una facilitazione del sistema doganale – uno dei meandri più oscuri in quanto a gestione paralalia del potere locale e di condizionamento del pubblico nei confronti del privato. Un capitolo mica facile da accettare, perché mette in discussioni antichi privilegi burocratici. C’è poi l’idea: la sgradita idea di dover entrare nei meccanismi rischiosi o promettenti che siano dell’economia globale.

E’ quanto basta per innalzare muri di opposizione alle trattative, che infatti in molti casi trascinano i piedi e dove spesso si confrontano atteggiamenti, oltre che posizioni, molto diversi. La parte europea con le idee chiare, lo stile (diciamo così) assertivo, e la consapevolezza di una posizione di forza dovuta alla compatibilità della proposta con le norme OMC; e la parte ACP con il sospetto di restare uccellati e incapace di una vera alternativa condivisa e che soddisfi i parametri OMC. Due approcci diversi che finora hanno premiato la volontà dell’UE di concludere gli accordi ma al prezzo di una tabella di marcia saltata e condizionata da lentezza, rivisitazioni, compromessi al ribasso.

Torniamo a Paramaribo, perché il Suriname è stato uno dei primissimi paesi a siglare un EPA come parte sui generis (non un’isola, ma ben saldo nella terraferma, e con la specificità linguistica) della regione caraibica, contraente dal 2008 del Cariforum. Ecco perché aggirarsi per le strade di questa bella capitale dall’identità singolare, incontrarne i responsabili politici, è indicativo di cosa sia accaduto.

E cosa è accaduto con questo EPA in piena forma, addirittura quasi un modello? Mi fermo qua, o quasi. Perché è presto per dirlo, nonostante di anni ne siano già passati. Ma quello che ci dicono, è che mandano gli strumenti di monitoraggio reale, che il quadro non è ancora abbastanza chiaro. Certo, gli estremi non si sono avverati. Nessuna colonizzazione, nessuna deriva, e tantomeno rapida dinamica di sviluppo. Ci sono processi di ratificazione ancora in corso e una buona dose di pazienza reciproca: ad esempio l’UE non ha esercitato i suoi diritti quando il Suriname, insieme ad altri due paesi caraibici, ha imposto delle restrizioni sull’importazione di auto usate dall’Europa. Piuttosto, oggi questo paese gode di un’integrazione regionale molto maggiore, perché vincolato insieme agli quattordici paesi caraibici da un quadro normativo commercial comune con l’UE. Per un paese “olandese”, un unicum da queste parti al netto delle Antille, non è poco. Quanto al resto, la crisi ha limitato potenzialità e rischi, ovvero non permettendo la levitazione degli scambi. Tuttavia, finalmente il Suriname ha un quadro di rapporti commerciali con l’Unione Europea che lo priva, come agli altri paesi firmatari, dell’alone dell’isola protetta, favorendo un’integrazione non solo con l’Unione Europea, ma con il resto del mondo. L’alternativa, sarebbe, verosimilmente non un’economia tendenzialmente autarchica, ma sempre più dipendente dai prodotti della Cina & Co. In ogni caso a Paramaribo non sembrano agitati: il processo prende tempo, prende tempo. Tanto quanto le polemiche che lo hanno preceduto.

Niccolò Rinaldi

GUIDA ALLA FIRENZE RIBELLE

Un nuovo libro di RICCARDO MICHELUCCI

 

C’è, altrochè, una Firenze conformista e opportunista, ruffiana e morta per posizioni di rendite e assenza di creatività. Ma da sempre esiste ‘anima racocntata in questa “Guida alla Firenze ribelle” (edizioni Voland, pagine 290, € 18), la città che sorprende e si sacrifica, che lotta e che, talvolta anche con poche risorse e “contro tutti”, manda avanti un’idea di civiltà senza la quale nessun Rinascimento, nessuna gloria passata o recente ha alcun senso. E’ un libro la cui uscita Fuori Binario deve festeggiare insieme al suo autore, Riccardo Michelucci, giornalista e scrittore che si è formato alla dura scuola della lotta irridentista irlandese e autore di altri libri dedicati alle battaglie civili – tra iq auli “l’eredità di Antigone”, inedita racoclta di biografie di donne martiri pe rla libertà.

Questa guida accompoagna quartire per quartire il lettore in un percorso di luoghi materiali, di episodi concreti, che diventa l’espressione di qualcosa di spirituale. Michelucci evita la nostalgia, e, a dispetto di qualche testimonianza raccolta nella guida sui “bei tempi che furono”, non considera, la ribellione estinta.

Il filo rosso delle insofferenze cittadine si dipana dai Ciompi - primo tumulto operaio, a opera dei cardatori della lana – fino alle lotte ancora vitali dei vari comitati cittadini da via Montebello all’Oltrarno, della risorta Radio Cora (e l’originale degli azionisti e di Enrico Bocci), del movimento per la casa di Bargellini. E non mancano tra queste pagine Fuori Binario e la sua esemplare animatrice Maria Pia Passigli, altri fermenti di quell’Oltrarno che fu definito da un prefetto “la roccaforte degli anarchici e dei pregiudicati”.

Rivoli contemporanei di un fiume che scorre da secoli, dai tempi di Dante, di Savonarola, del Davide di Michelangelo e del Manierismo, della legge di Leopoldo che per prima al mondo abolisce la pena di morte e di quella di Vincenzo Chiarugi che per prima regola i rapporti tra i malati di mente e la società, fino ai Macchiaioli e al mazziniano Dolfi. E’ bravo Michelucci a mescolare per bene la carte, eludendo i confini dello “strettamente politico” e tirando in ballo l’arte, il pensiero, la scienza – a rigore allargabile al più illustre degli smascheratori del potere Machiavelli e al “discolo” fiorentino per eccellenza Pinocchio. Senza pompa retorica si rivela così un secolare intreccio di fermenti e di idee, intimamente collegato alle ribellioni storicamente più vicine.

Tra queste, due filoni maggiori. Il primo è la Resistenza. Ogni parte di Firenze, dal centro alle periferie, dal Terzollino di Mary Cox a Villa Triste in Largo Fanciullacci, è scandita dal valore dei partigiani, in un percorso lungo il quale Michelucci ci accompagna, scoprendo anche antifascisti meno noti, come l’attore comico Giulio Ginanni, che irrideva Mussolini e le camice nere e fu picchiato a morte a ventisette anni; Alessandro Sinigaglia, meticcio di un ebreo e di una discendente di schiavi americani ucciso dai fascisti nel 1944; o Bruno Neri, calciatore unico a rifiutarsi di fare il saluto romano allo stadio Berta (il Franchi di oggi) per poi morire da partigiano nel 1944. Il secondo, è la Chiesa guastafeste di Don Milani, Balducci, Santoro, Mazzi, Facibeni, ma anche del cardinale Elia dalla Costa che chiude tutti i templi cittadini durante la visita di Hitler e che come suor Maria Agnese Trebbioli e il pastore valdese Tullio Vinay è un Giusto tra le Nazioni per aver protetto gli ebrei durante la persecuzione nazifascista.

Ma, oltre alle lotte operaie (Galileo, Meccanotessile) e alla figura, più complessa di quella che una certa agiografia impone, di La Pira, il dopoguerra fiorentino è protagonista nelle battaglie per i diritti civili: la clinica degli aborti clandestini e gratuiti di Conciani, morto poi suicida nel 1997 e radiato dall’ordine dei Medici per le sue posizioni sull’eutanasia, il fondatore del primo locale gay d’Italia, Gozzini primo obiettore cattolico del servizio militare, Romano Cecconi primo transessuale italiano, operato in Svizzera e al quale fu imposto il coprifuoco di non uscire di casa dalle 21 alle 7. E tra tanti “primi”, Rosella Casini, tradita dal fidanzato che voleva difendere e uccisa nel 1981 dalla ‘ndrangheta, che fece scomparire il suo corpo a pezzi, per aver collaborato con la magistratura di Palmi.

Un altro esempio di civismo è quello luminoso nel percorso e tragico nell’epilogo di Alex Langer, né potevano mancare il Social Forum e le storie, paradossalmente forse più significative perché intrecciate con un lungo vissuto popolare, di Controradio e del cinema Universale.

Anche perché la liberazione da un potere e da un pensiero oppressivi avviene in mille forme, ma sempre attraverso un sentimento di gioia. E a sigillare questa “Firenze ribelle” potrebbe essere quel patto che nel Mahabharata viene espresso dalla risposta di Arjuna alla domanda della fontana incantata sulle ragioni della rivolta: “per cercare la felicità e la bellezza, per questo l’uomo si ribella”.

 

Niccolò Rinaldi

UN COMMENTO PUBBLICATO SUL PATTO SOCIALE

HA VINTO TRUMP

 

e io qualche scommessa. Non che si potesse essere sicuri della sua vittoria, ma mesi fa Clint Eastwood fu perentorio: io lo sostengo, e tanto vince lui, l'America voi non la capite. Era chiaro che un cineasta grande interprete della società USA la sapesse più lunga delle schiere di prevedibili analisti politici.

Vediamo se ora qualcuno la intende: servono niente i lustrini delle feste, il bel parlare: se si distrugge il ceto medio, la middle-class, o le partite iva, in America o in Italia la lezione non cambia. Si disgrega la società, perché l’Occidente è soprattutto ceto medio, è questa ragionevole ambizione di livello di vita, senza eccessi, lavorando.

Sarà paradossale che sia un Trump a interpretare questa inquietudine, uno che col ceto medio non c’entra molto. Ma l’America resta l’America. Ha spezzato una catena con Obama, ora ne spezza un’altra, sdoganando ciò che non è corretto, elevando la pancia a testa. Pensavamo di avere un vantaggio almeno sul populismo, e invece in quanto a comportamenti sociali ancora una volta l’America anticipa l’Europa. Trump governa prima della Le Pen e di Salvini (qualcuno, non io, aggiunge sempre alla lista Grillo). Che i britannici abbiano deciso il Brexit poco prima della vittoria di Trump, conferma solo l’antica affinità tra quelle due sponde dell’Atlantico.

Piuttosto, gli europei non rimangano a bocca aperta per quel che non s’aspettavano, ma capiscano che anziché bisticciare con la Commissione devono solo essere più uniti e più forti. Dobbiamo esserlo da tempo al cospetto dello Stato islamico, al cospetto della Russia, al cospetto della Cina. E oggi, ancora più di ieri, al cospetto dell’America. Ce ne sarà bisogno, e del resto dobbiamo esserlo anche davanti a noi stessi. E' quanto rimane, in fondo, di questa elezione americana: così diversi, così uniti.

 

Niccolò Rinaldi

OMAN, UN PAESE DA SCOPRIRE - TRA GEOGRAFIA DIFFICILE E POLITICA EQUILIBRISTA

IL MIO ARTICOLO SULL'ULTIMO NUMERO DI SOLIDARIETA' INTERNAZIONALE

 

La geografia non aiuterebbe. A occidente la guerra sporca dello Yemen, cugino intrattabile e sempre fonte di guai, e poco oltre, nella sempre turbolenta Somalia; a nord, in Arabia Saudita, un vicino che si sente chissà chi e vuole dettare leggi in tutti i campi: finanza, energia, alleanze internazionali, grandi infrastrutture regionali, ma anche, fattore non facile da capire per noi europei, nella dimensione della religione, laddove religione implica anche comportamenti sociali nel dettaglio; a nord-est, gli Emirati di Dubai e Abu Dabhi che hanno abbracciato una loro inedita forma di capitalismo frenetico con l’ossessione spasmodica di voler stupire a forza di megalomani progetti d'ogni sorta; di là dal mare, l'Iran e i suoi simulacri di cui si diffida; e andando un poco oltre, i giganti più o meno poveri del Pakistan, dell'India, del Bangladesh. Quanto allo scrigno interno, dentro le frontiere sono racchiusi tanto deserto, montagne di rocce senza alberi e inaccessibili, e coste di sabbia fine e mare pulito ma schiacciate dalla calura incessante. La ricompensa per tanta natura estrema è il petrolio, ma rispetto ai giacimenti confinanti, questi sono noccioline. L'Oman, con i due milioni di abitanti nel loro vasto paesaggio lunare, non vuole specchiarsi nei suoi vicini, ma non può nemmeno prescinderne.

 

Come potrebbe? Qui si respira aria di calma, di una rilassata faccenda di come regolare l’orologio dell’islam del Golfo con mille coordinate: l’anticomunismo e il rapporto con gli americani, l’onda ravvicinata degli sciti, i dollari e i petroldollari, la prudenza tra conservazione e apertura, il turismo per chi voglia scoprire queste coste, e soprattutto le aspettative di una popolazione sulla cui pelle si è compiuto un esperimento di accelerazione.

 

Appena sessanta anni fa la vita dell’Oman non differiva molto da quella di qualche secolo addietro. Beduini, montanari, pescatori – e sultani – vivevano con cammelli e lunghe camminate, piccole barche e famiglie unite, affermando la stabilità della società sui cambiamenti della storia. L’Oman meritava la poesia del suo nome, il richiamo delle Mille una notte, contrada orientale collocata sull’angolo quasi retto dell’intersezione tra Golfo persico e Oceano indiano, quasi in vista di Zanzibar, o Bombay: una predestinazione ai commerci e anche a una certa poesia. Bastava soffermarsi su un nome, assaporarne la fragranza mentre lo si pronuncia, “Muscat”, e capire che il solo paese al mondo la cui capitale abbia un nome che è una spezia non può tradirsi, non può sporcarsi le mani con il “progresso”.

 

Ma la macchina del tempo qui non si è fermata, e in pochi anni ha rivoluzionato le abitudini degli omaniti. Si costruiscono centri commerciali, si aprono banche, sono arrivati parecchi occidentali, c’è un po’ di petrolio (per ora) e forse anche più gas, si fanno ponti d’oro al turismo per diversificare l’economia. Una popolazione che coltivava una sapienza millenaria nel riuscire a vivere in un clima e in un terreno estremi, in pochi anni ha subito una mutazione antropologica che altrove avrebbe richiesto secoli. Arrivo a Nizwa, antica capitale, a ridosso delle montagne interne, e avverto il clima più conservatore rispetto alla costa, ma tutti sono gentilissimi e attrezzati per i visitatori, quando ancora negli anni cinquanta il viaggiatore britannico Theiseger non poté entrare in città e fu costretto a restare fuori dalle porte. Per quel che valgono le statistiche delle Nazioni Unite, un loro dato fa certo colpo: tra i 135 paesi del mondo a economia integrata, l’Oman è quello che ha conosciuto in assoluto il maggiore sviluppo negli ultimi quarant’anni. L’esperimento, si direbbe, sta riuscendo tra mille equilibrismi.

Tra questi, piccola spia, il fatto che le donne sono elette in parlamento, ma in misura minima; o che esiste il parlamento, con poteri fino a poco fa meramente consultivi e da oggi di un vago controllo sull’azione di governo. Oppure i centri commerciali e quelli universitari freschi d’inaugurazione, la cui architettura resta ancorata a un’evocazione fiabesca da tappeti volanti. Mancano gli scandali sauditi: la donna guida, passeggia per strada sola o in compagnia, a Muscat perfino senza velo, ma solo le occidentali; ma la monarchia resta, con quel termine perentorio che si associa inequivocabilmente a un passato remoto, “assoluta”. Il sultano, Q?b?s bin Sa??d ?l Sa??d,  si prese il potere con l’aiuto degli inglesi detronizzando il padre e da oltre 45 anni è sempre lì a regnare, con una sequela di vicissitudini, guerriere e di costume, che ne fanno un personaggio fuori dall’ordinario, quasi favoloso. Il suo volto senza arroganza e senza pose da bulletto campeggia spesso “ma non troppo” nei vari angoli dell’Oman e la sua amministrazione è salomonica: buoni rapporti con i sauditi, ma anche con gli iraniani, e anzi, da ibadita (il sultanato è il solo paese al mondo a maggioranza ibadita) ponte tra sciti e sunniti; riconoscitore, rara avis nel mondo arabo, dell’accordo di pace tra Egitto e Israele; amico degli americani e degli europei, ma anche degli indiani; proprietario di un immenso yacht col quale naviga pe ril mondo, ma anche appassionato di musica classica tanto da far costruire un magnifico, e immenso, teatro dell’opera, dove suona la “sua” orchestra sinfonica, di gran lunga l’eccellenza del mondo arabo.

Questa perla musicale, questo vanto personale, non è il capriccio di un monarca, è anche un biglietto da visita dell’Oman nel mondo, e un indicatore di tutto ciò che c’è da capire dell’Oman: musica classica e musica araba, in un organico da orchestra sinfonica che è tipicamente occidentale, un’impronta proprietaria del sultano, e professori d’orchestra uomini e donne – e tanto peggio per i bigotti sauditi che per via delle presenze femminili non l’hanno mai potuta ospitare.

 

Il paese è quindi uno strano paese. Un miracolo economico e un inedito di società. La guerra del confinante Yemen pare cosa lontana, tenuta a bada senza infiltrazioni: ma anche l’Oman faticò molto prima di pacificarsi, perché i ribelli comunisti si asserragliarono nelle parti interne negli anni settanta e detteroi filo da torcere, in un paese dove il culto delle armi è secondo solo a quello dei cammelli. Oggi le prime si vedono nelle sembianze di moschetti d’epoca assai poco minacciosi, appesi un po’ dappertutto nei musei e negli splendidi forti riconvertiti da monumenti di architettura unica con la loro sembianza di castelli di sabbia, mentre i secondi, che erano riveriti come da noi i cavalli, si fanno vedere ancora ma sempre meno. Anche i suq sono strani, melange di viuzze restaurate in stile come a Nizwa, o appendici di mercati indiani più che arabi, come a Muscat. Perché gli indiani qua hanno la loro parte ni traffici mercantili, aristocrazia dell’immigrazione che manda avanti il paese. Filippini, pakistani, bengalesi vengono qui a guadagnare la metà degli omaniti, ma sempre più che a casa loro. A Nizwa un barbiere del Bangladesh mi racconta in poche frasi la sua vita. Trentacinque anni in Oman, un negozietto che gli consente un lavoro decoroso e di ritornare a casa ogni due anni pe run paio di mesi, mai un problema di discriminazione, l’obbligo di rispettare regole chiare imposte a tutti, la nostalgia di casa perché in Oman “non c’è niente, ma proprio niente di fresco” e in fondo ci si annoia.

 

La noia. Forse questo è il punto nevralgico in questa terra ordinata e senza acuti: un omanita della mia età attacca un bottone sulle auto italiane: si aspetta che io conosca i prezzi e i modelli e le gerarchie delle Ferrari, Maserati e Lamborghini. Devo deluderlo, ne so poco di quel mondo suo quale coltiva i suoi sogni, fatto di lusso rombante che cominciando a sfrecciare anche sulle autostrade di Muscat si fa ance più tangibile di una irraggiungibile leggenda. Finito l’argomento bolidi italiani e relativi prezzi, pare che non ci sia niente altro da dire: anche la televisione trasmette sempre le solite cose e la vita politica, come quella sportiva o culturale,  è di una monotonia totale.  Le strade, la sera alla fine del Ramadan, si popolano alla grande, ma tutti sembrano compiere sempre lo stesso giro, a Nizwa come a Muscat, come capita in una terra che ha bandito la segregazione, ma non ha aperto alla libertà.

 

Niccolò Rinaldi

L'EUROPA: LA NONNA CHE APPLAUDE CHI LA DICHIARA STERILE

il ritratto dell'Europa da parte del papa

Solidarietà Internazionale mi ha chiesto un commento di apertura al numero speciale dedicato al recente intervento europeo di papa Bergoglio. Da federalista e da repubblicano (oltre che da valdese), ho trovato ogni discorso di questo papa in Europa un esercizio di persuasione, nel senso greco del termine – opposta alla retorica. Gli altri discorsi, al cospetto, sono sempre stanchi, noia.

Questo il mio articolo:

Erano già stati tutti avvertiti che papa Bergoglio fosse un guastafeste per l'Europa. Quando a fine 2014, parlò al Parlamento Europeo, rievocò con dolore il sogno infranto di un'Europa unita che esercitava il suo fascino perfino su un sudamericano, e dette una lezione di comunicazione e d'ironia definendo l'Europa di oggi la "nonna" a cui si vuole bene ma che è "stanca" e "non fertile". Al sogno diventato nonna, gli applausi, da parte di chi sedeva dalla parte della nonna, non mancarono.
Con il "Carlo Magno 2016", gli si è offerta un'altra occasione per fustigare l'Europa di oggi. Il papa, contravvenendo alla sua tradizionale politica di rifiutare riconoscimenti mondani, ha accettato, e in quella sua accettazione c'era già la premessa che non sarebbe stata un'occasione di circostanza. Ad ascoltarlo, in un atto di rispetto che però suonava quasi come una manifestazione di masochismo, sono andati tutti i leader dell'UE, o della "nonna". E il papa l'ha cantata a tutti noi: ha infierito sull'Europa "decaduta", che rinuncia alla "bellezza di vincere le chiusure", che confonde la solidarietà con "l'elemosina", tentata dal "ripiegarsi su paradigmi unilaterali e dall'avventurarsi in colonizzazioni ideologiche". Ha parlato di "corruzione" - in Europa, non nei paesi in via di sviluppo... Ha pronunciato concetti da tempo demodé come "economia sociale", "accesso alla terra", "lavoro per tutti". Se l'è presa con il "prestito a interesse", demolendo in poche parole un intero sistema bancario così centrale nelle recenti sventure europee. Né il papa ha rinunciato, in tanto sferzare, alla sua ormai nota evocazione della tenerezza, insistendo sul concetto di "bambino" come centro della politica e della società, frutto di un'"Europa capace di essere ancora madre che abbia vita". A rovescio avrebbe potuto descrivere questa Europa nonna e sterile come un luogo che puzza di morte - non più la morte dei migranti, ma la sua propria agonia, la morte delle recinzioni e della vecchiaia del fine corsa.
Anche questa volta la platea europea ha applaudito, forse applaudendo il suo necrologio.
Ma non sono applausi facili, anzi sono molto fragili. Perché buona parte dell'Europa, e non tanto quella delle istituzioni europee, ma soprattutto quella delle opinioni pubbliche, che in certe fasi delle democrazia tengono in scacco le politiche nazionali, se ne fanno volentieri un baffo dell'appello esplicito del papa al "nuovo umanesimo europeo, costante cammino di umanizzazione, cui servono memoria, coraggio, sana e umana utopia". A troppi cittadini europei, e a troppi cristiani, i muri piacciono, eccome. E le parole del papa non sono state apprezzate da molti che - da Rosarno alla Svezia, dai trionfi della Le Pen a quelli austriaci, a destra come a sinistra, non ci si faccia illusioni - si dichiarano esasperati e arcistufi di "solidarietà" e "accoglienza", e che hanno paura dell'"invasione". Molti sacerdoti, che pure aprono le loro chiese alle preghiere dei credenti di altri religioni, lo sanno bene di cosa dicono i parrocchiani, e delle battute che i migranti dovrebbero trovare, per fare contento il papa, nell'attico di Bertone...
Le parole del papa si rivolgono dunque a un'Europa che è proprio come la descrive lui. Incapace di ascoltare, incapace di capire che una politica per il lavoro degli europei, una politica per i diritti sociali di ciascuno, una politica di lotta ai privilegi di pochi - ciò che interessa tutti - non può che essere parte di una stessa politica che sappia accogliere i migranti, perché o ci si salva tutti, o non si salva nessuno, e ogni vittima che annega nel Mediterraneo, è un imbarbarimento ulteriore in una società egoista che erode sempre di più il benessere materiale e valoriale degli stessi europei.
Su tutto questo, un papa che sappia fare bene il suo lavoro come Bergoglio (e la storia è piena di predecessori che il loro lavoro non sapevano o volevano farlo) ha un vantaggio. E' un pastore, è a capo di un'istituzione millenaria che ogni tanto può anche essere libera dalle ansie di una "campagna elettorale", è consapevole che i tempi della persuasione possono essere lunghi e richiedono un impegno meticoloso, e che di fronte a una profonda crisi morale occorre senso della storia, memoria, valori, e che la prima cosa è affidarsi a parole che dicano, piaccia o non piaccia, la verità.

Niccolò Rinaldi

PURCHE' LO SI CAPISCA

E’ come per il calcio, dopo la partita, ci sono le interviste negli spogliatoi, le terribili “analisi”, le pagelle. E’ la noia che cerca di consolare il vuoto. E’ la distrazione dai veri problemi meritevoli di “analisi” – che quasi mai sono l’elezione o la mancata elezione mia o di caio o sempronio. Rifuggo sempre dai pronostici, né ho mai basato le mie scelte personali, in politica, sul dove sembra che tiri il vento. Osservo con spirito estraneo lo sport nazionale italiano del salto sul carro del vincitore, e diffido di chi ora spara sul governo e il suo presidente del consiglio avendo magari taciuto finora. Capita, ad esempio, ad alcuni giornali.

Preferisco apprezzare molte cose che sono state fatte – che so io, dalle unioni civili al divorzio breve, dal reato di omicidio stradale all’ultimo provvedimento sul “dopo di noi”. So fin troppo bene, sappiamo tutti, tuttavia, che le cose più strutturali non vanno bene: la pressione fiscale non diminuisce, alla faccia degli imu-day e altre carnascialate; il debito non scende, anzi; la disoccupazione reale cala a stento; che c’è chi si continua a suicidare perché fregato dalle banche; la corruzione e la questione morale sono sempre lì, ingombranti tabù dei partiti; so, sappiamo, soprattutto, che il distacco su tutti questi e altri parametri, tra il mio paese e gli altri dell’Europa, aumenta; so anche che il peso dell’Italia in Europa non è affatto aumentato, come dimostra una certa solitudine nella quale veniamo lasciati nel far fronte all’immigrazione, mentre la pure ottima proposta del governo sul “migration compact” non ha avuto grandi seguiti finora.

Poi ci sono, appunto, le “analisi”. Che spesso ci dicono varie ovvietà: una narrazione sempre sul vincente e a tratti tracotante finisce per infastidire; Renzi ha fallito nell’unire le vere forze rottamatrici del paese, ma non per questo è un fallito: il PD, una volta di più, farà pagare al paese la sua ennesima fase di resa dei conti interna; il centro-destra senza Berlusconi lo devono ancora inventare; chi grida contro migranti, Europa o euro raccoglie consensi ma mai maggioranze; stare a fare sofismi fra “voto di cambiamento” anziché “voto di protesta” è davvero ridursi malocchio; e in fin de’ conti ci voleva poco a capire, ascoltando i candidati, come sarebbero finiti certi ballottaggi.

A strapparci un sorriso, almeno, ci sono poi le perle ipse dixit:

«Il voto amministrativo non è un campanello di allarme per il referendum»
(Matteo Renzi, 6 giugno 2016)

«Leggere questo risultato come un successo grillino è onestamente ridicolo»
(Matteo Orfini, presidente del Pd e commissario a Roma)

Mah. Del resto, le newsletter del presidente del consiglio, che un tempo erano per me un modello e un’ispirazione, da un po’ sono spesso un selettivo esercizio di notizie da toni propagandistici e di dubbio interesse, tanto da risultare a tratti perfino comiche o addirittura stucchevoli (e si pensa di conquistare voti con questa comunicazione così ridondante, sull’ultima visita a Mosca o sulla lettera strappalacrime dell’ex-precario?).

Ma almeno Renzi prova a dire qualcosa, e forse sarà aiutato da una sconfitta che potrebbe essere salutare, arrivata al momento giusto – non troppo tardi per rimediare. A destra invece non dicono niente, stanno ammutoliti, o imprecano, e devono riorganizzare tutto. Mentre i cinque stelle vanno avanti per la loro strada che è, appunto, la loro strada, ancora imperscrutabilmente ambigua e tendente alla demonizzazione. Tuttavia la prima dichiarazione dell’Appendino è esemplare. Ha chiesto a Profumo di dimettersi da quell’ennesimo capitalismo municipale e politicamente orientato che è la Compagnia Sanpaolo. Un invito che va oltre il localismo, e che a suo modo punta al cuore del problema. Tanto che venendo alle conclusioni, all’”ora che si fa?”, non servirebbe altro che il PD osservi quella scena, come si riflette al cospetto del nodo cruciale di un dramma teatrale: la tempistica e il merito della dichiarazione, e anche i tratti e il tono, tra garbo e determinazione, della neo-sindaca.

E provi a capire, senza perdersi in altre chiacchere.

Provi a capire.

Se capisce, riparte - e si riparte.

 

* Per chi fosse a digiuno della questione, cito da un articolo di Davide Giacalone, avvertendo che la questione non è torinese, perché si tratta solo di un caso tra i mille in Italia dell’intreccio tra politica e affari così illiberale e ipocrita:

“Dalla Compagnia San Paolo, che è la più grande fondazione bancaria italiana, detentrice di più del 9% della più grande banca, hanno provato ad alzare un ponte levatoio: siamo un “ente autonomo filantropico e di natura privata”. Troppo grazia. Peccato che alla presidenza si trovò anche Sergio Chiamparino, che era già stato sindaco di Torino e si dimise per candidarsi a presidente della regione. Peccato che ai suoi vertici siedano rappresentanti degli enti locali, designati con decreti del sindaco, quindi della politica, mentre la filantropia potrebbe essere malamente intesa. Capita, difatti, che l’attuale presidente, il professor Profumo, fosse presidente dell’Iren (anzi, per qualche tempo sostenne di potere restare presidente di entrambe le cose), dove è stato sostituito da Peveraro. Il quale è un ex assessore comunale della giunta Chiamparino, nonché ex assessore regionale con Mercedes Bresso. Un politico. Che considero definizione nobile, ma anche indizio per capire grazie a quali meriti e a quale attività ha conquistato la presidenza di una società quotata in Borsa, ma partecipata dagli enti locali, quindi dalla politica. Profumo, a sua volta, era colà presidente dopo avere svolto una lunga e onorata carriera universitaria, per poi essere nominato presidente del Cnr e successivamente divenire ministro. Quindi entrando a pieno titolo nella schiera dei politici. Che questo porti a sapere dirigere aziende e fondazioni è da dimostrarsi, che sviluppi la propensione alla filantropia è tesi la cui arditezza richiede intelletti ben superiori al mio.”

BREVE RITRATTO DI MARCO PANNELLA PUBBLICATO SUL PATTO SOCIALE

ALCUNE COSE CHE MI RICORO DI MARCO

 

Mi ricordo di quando Marco Pannella, a casa per cena, regalò a mia moglie una splendida pianta, che in questi giorni pare poca cosa ma che era fiorita fino a due settimane fa e che gli è sopravvissuta.

 

Mi ricordo il terrore degli interpreti del quando dovevano tradurre i discorsi di Marco, dalle frasi interminabili e con una subordinata che si apriva dietro l’altra senza fine – ma davvero senza fine.

 

Mi ricordo di quella porta nella sede radicale di via di Torre Argentina che era sempre aperta e di come ogni volta accoglieva festoso.

 

Mi ricordo di come a casa sua, mentre digiunava, offriva il gelato e teneva un minestrone per gli ospiti pronto sul fuoco.

 

Mi ricordo quando gli portai a casa Vincenzo Maruccio, all’epoca coordinatore regionale del Lazio dell’IdV e di come fu cortese con lui, che non conosceva e che poco dopo finì a lungo in carcere.

 

Mi ricordo della sua casa, piccola e mansardata, che aveva preso anni prima da Marcello Baraghini, il geniale ideatore di Stampa Alternativa, e di quanto era fiero della terrazzina sui tetti di Roma e delle piante che vi teneva.

 

Mi ricordo di quando mi accolse la prima volta alla sede radicale, sotto quella gigantografia fotomontaggio di una fila di monaci buddisti birmani, scalzi e con la sola tunica e un bastone, e del papa colmo di gioielli e dagli abiti sontuosi, sotto una citazione del vangelo di Matteo con le parole che Gesù rivolse agli apostoli: Andrete muniti solo di una tunica e di una bisaccia, e senza gioielli né denaro.

 

Mi ricordo di quando a una riunione dei capi di partito dell’ALDE non fu gli fu data la parola perché i radicali non erano in regola con le quote, e di come se ne andò via.

 

Mi ricordo di quando all’ultimo congresso del PRI, l’anno scorso, ci prendemmo un caffè insieme a Tivelli, ragionando di altre iniziative ancora da fare.

 

Mi ricordo di quando gli proposi di fare un referendum per l’abolizione del monopolio della SIAE.

 

Mi ricordo quando nel 2009 sostenne la mia candidatura nella lista di Di Pietro, anche se se era presente una lista radicale, e che nel 2014 di fatto rifiutò ogni sostegno alla lista, liberale, dell’ALDE e alla mia candidatura.

 

Mi ricordo di quando mi disse che Giorgio La Malfa non era tipo da leggere le poesie, e io invece gli controbattei che Giorgio me ne aveva addirittura detta una di Auden a memoria, anni fa a Bruxelles, e che lui ci rimase così.

 

Mi ricordo che gli chiesi perché non aveva mai pubblicato nessun libro, non mi ricordo cosa mi rispose, ma ricordo che pensai che anche Socrate e Gesù…

 

Mi ricordo che leggendo la raccolta delle corrispondenze di Janet Flaner, che raccontò l’Europa ai lettori del New Yorker dal 1925 al 1975, trovai negli articoli di quella geniale giornalista due nomi di persone che conoscevo, e uno era il giovane Marco Pannella che all’inizio degli anni settanta stava cambiando l’Italia.

 

Mi ricordo di Marco quando il Parlamento Europeo introdusse il divieto tassativo di fumare ovunque nei suoi locali…

 

Mi ricordo del film con la sua biografia, dove c’erano tutte le sue battaglie – nudo a teatro, imbavagliato in televisione, affabulatore nei comizi, contestato da genitori con figli drogati…

 

Mi ricordo che pensai che quasi tutti i giovani dirigenti radicali di cui si circondava un po’ si assomigliavano tra loro, tutti bellini, tutti vestiti bene.

 

Mi ricordo l’ultima iniziativa fatta insieme, nella primavera del 2014 al parlamento europeo, e che citai a memoria un passo dell’Orazione per la dignità dell’uomo di Pico della Mirandola e che mi abbracciò.

 

Mi ricordo che un amico, costituzionalista svizzero ed estensore della prima costituzione democratica del Madagascar, mi disse che più o meno l’unico politico italiano che si salvava e noto a chiunque nel mondo si occupasse di democrazia diretta e referendum era Marco Pannella.

 

Mi ricordo che i miei figli lo chiamavano “nonno Marco”.

 

Mi ricordo di quando a Bruxelles difendeva la scelta radicale di aver fatto un gruppo unico, anche se tecnico, col Front National di Le Pen.

 

Mi ricordo di quando nel 1989 fu eletto al parlamento europeo in una lista comune a repubblicani e liberali, di quando alla prima riunione del gruppo propose che Giscard d’Estaing si candidasse alla presidenza del parlamento europeo, e di come tutti rimasero di stucco quando due giorni dopo se ne andò dall’ALDE per passare ai non-iscritti.

 

Mi ricordo di quando anni dopo, perso il gruppo tecnico con Le Pen, i radicali fecero domanda di adesione al gruppo dell’ALDE, ma la Margherita mise il veto, e per aggirarlo Di Pietro offrì di iscrivere gli euro-deputati radicali all’IdV, e che la cosa non funzionò ma che Marco ne rimase molto colpito – del veto degli uni e dell’offerta dell’altro.

 

Mi ricordo di aver pensato più volte che, mutatis mutandis, il vero erede di Marco Pannella sia Marco Cappato.

 

Mi ricordo che trovavo orribile che avesse candidato e mandato in parlamento, e poi in fuga, Toni Negri, un maestro della pedagogia terroristica "armiamoci e sparate, io predico"-.

 

Mi ricordo che pensavo che molti gli attribuiscono la paternità della legge sul divorzio, che invece fu opera di un socialista e di un liberale, o del referendum, che in realtà fu abrogativo e voluto da parte cattolica; e che non molto diversamente le cose andarono per l'aborto.

 

Mi ricordo che fu Marco a consigliarmi la Cremeria Monteforte, di fianco al Pantheon, diffidandomi di andare altrove, e di come gli piaceva il gelato.

 

Mi ricordo che trovavo complicata la sua relazione con gli uomini del potere – presidenti della Commissione UE, Presidenti della Repubblica o del Consiglio - che un po’ adulava, un po’ si piccava di conoscere personalmente, un po’esercitavano sempre un fascino su di lui, e che parecchio disprezzava.

 

Mi ricordo che i repubblicani li temeva, li invidiava, li compativa, li rispettava, insomma che con l’edera – o con La Malfa, o con Visentini – aveva un rapporto complesso e mai definito.

 

Mi ricordo che quando interveniva al gruppo o in plenaria a Strasburgo, era l’unico – l’unico – che mettesse gli avvenimenti contingenti in relazione con la storia e i personaggi di ieri, che avesse una chiara percezione che nessuna politica c’è senza la conoscenza della storia, e che in quanto a dare la direzione di marcia all’Europa, era sempre una spanna in avanti rispetto a tutti gli altri.

 

Mi ricordo che in tutte le volte che l’ho visto non fu mai scortese, mai volgare, mai prevedibile.

 

Mi ricordo che il suo cervello, che bisognerebbe “analizzare”, era una banca dati inesauribile, che conosceva molti e molto, che ricordava tutto e che come una centralina elettronica metteva tutto in comune connessione.

 

Mi ricordo che nel suo pensiero c’era molta America, molta India, molta Africa, molta Inghilterra, molta Francia, molto Israele, molta Italia – molto mondo.

 

Mi ricordo che era difficile contraddirlo e che quando era messo alle strette se ne usciva con una delle sue risate sornioni.

 

Mi ricorderò che è morto in una clinica di suore.

 

Mi ricordo che le sue origini abruzzesi gli piacevano, eccome.

 

Mi ricordo che civettava in vari modi, tra l’altro sfoggiando il suo francese, ma che a un certo punto capì che senza l’inglese diventava un uomo di un’altra epoca.

 

Mi ricordo che non aveva affatto il terrore delle maggioranze e a suo modo le corteggiava, ma che le minoranze le considerava il solo spazio di creatività e libertà possibili.

 

Mi ricordo della sua faccia, dei suoi capelli ultimamente legati a coda, ma soprattutto, più di ogni suo tratto personale, della sua voce, forte, naturalmente autorevole e calda, non a caso radiofonica, incantatrice.

 

"Mi ricordo", "mi ricordo", e non uso una formula retorica, ma perché quando si aveva a che fare con lui si capiva subito che era proprio una persona di cui "ci si ricorda", e questo accadrà anche all'Italia.

 

Mi ricordo molte altre cose, di Marco Pannella, anche meno frivole di queste – e credo proprio che me le ricorderò sempre, e non diversamente sarà per l'Italia.

10.000 MIGRANTI MINORENNI SCOMPARSI IN EUROPA, DOVE SONO?

 

10.000 minorenni migranti svaniti nel nulla, ma l'Europa non si commuove

Pubblicato: 27/04/2016 11:08 CEST Aggiornato: 27/04/2016 11:08 CEST
KIDS IMMIGRANTS

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E così poco tempo fa apprendiamo che "almeno" 10.000 minorenni migranti sono scomparsi dopo essere arrivati in Europa. Scomparsi: di loro si sa quando hanno superato le nostre frontiere, in seguito sono svaniti nel nulla. Diecimila: un esercito.

Non sappiamo dove siano, con chi siano, come riescano a sopravvivere in Europa. Possiamo supporre che alcuni siano finiti nelle maglie del mercato della pedofilia; altri nella schiavitù di certi lavori in capannoni, cantieri o campi; qualcuno, lo attestano alcune organizzazioni, diviene vittima dell'odioso traffico di organi; altri ancora si nascondono contando sulle proprie forze e vagheranno nelle nostre strade vivendo di espedienti. Alcuni nel frattempo saranno morti. Tutti saranno bambini e ragazzi disperati, altro che il sogno di un'Europa che manco sa dove siano finiti. Viviamo in una società dove siamo tutti controllati e schedati, ma 10.000 minorenni arrivano, vengono registrati e poi se ne perdono le tracce. Quanto all'Europol, con la sua autorevolezza ha denunciato il fenomeno, ma finora non è stata in grado di indicare come risolvere il problema. In buona parte le risposte, in questa Europa che delega ai governi, spettano appunto ai governi, che sembrano avere altre preoccupazioni.

Tre conclusioni. La prima è che se dei ragazzini finiscono nei coni d'ombra dei nostri sistemi informativi, questo accadrà anche a dei terroristi, e allora dimentichiamoci ogni senso sicurezza collettivo. La seconda è che un tale pasticcio è una delle ennesime falle di un sistema che delega ai ventotto paesi dell'Ue questioni ormai sovranazionali come immigrazione e sicurezza. Un'unica procedura di registrazione, un unico corpo di polizia di frontiera, un unico sistema di accoglienza, un unico codice di selezione dei migranti economici e dei richiedenti di asilo, renderebbero moto più improbabile questa crepa informativa in cui si può scomparire.

La terza è che alla notizia della scomparsa di questi 10.000 minorenni, non si è aperto un vero dibattito europeo, nonostante una discussione al Parlamento europeo. Poca l'attenzione dei media, rari i twitter dei politici, nessuna mobilitazione dell'opinione pubblica. Insomma: l'Europa, tanto assertrice della sua cristianità, non si commuove al cospetto del destino funesto di diecimila minorenni che a essa guardavano come all'occasione di un riscatto dalla povertà e dalla guerra. Fossero scomparsi non 10.000 ma 1.000 o soltanto 100 ragazzi europei, l'attenzione sarebbe stata ben diversa. Esiste dunque una sorta di apartheid culturale, un riflesso razzista taciuto, eppure vigente.

Anzi. Ci saranno anche i tanti ai quali la notizia che 10.000 giovani immigrati in un certo senso "non ci sono più" farà molto piacere: sono già troppi e se qualcuno è risucchiato nelle pieghe più turpi della nostra società, tanto meglio, tanto più se sono giovani, potenziali futuri padri di altri invasori. Diecimila in meno? Evviva.

 

http://www.huffingtonpost.it/niccola-rinaldi/10000-minorenni-migranti-svaniti-nel-nulla_b_9777204.html

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