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UN ALTRO SGUARDO SU NEW YORK: UN ESEMPIO DI POLITICA PER I SENZA FISSA DIMORA

“La politica di accoglienza e di abitazione temporanea della Città di New York è considerata la più avanzata e complete dell’intera nazione. La municipalità è anche all’avanguardia nelle misure di prevenzione per scongiurare il rischio della strada per coloro che sono a rischio di diventare senza fissa dimora. Tutti I cittadini newyorkesi possono essere orgogliosi di vivere in una città che considera prioritari gli sforzi di queste sue politiche di prevenzione”.

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IL NEW DEAL FOR EUROPE, UNA POSSIBILITA’ DA NON SPRECARE

IL NEW DEAL FOR EUROPE, UNA POSSIBILITA’ DA NON SPRECARE

Suona l’ora della riscossa per i grandi piani degli investimenti pubblici. Ne parla Junker, che già dal luglio scorso ha annunciato  300 miliardi nei prossimi anni per cambiare il verso del rapporto tra l’Unione Europea e in suoi cittadini; ne parla a il governo, per tentare la carta del rilancio dell’occupazione. Perfino le istituzioni finanziarie internazionali sollecitano interventi pubblici per spezzare la morsa della crisi. Ma per ora, di questi piani se ne sa poco, senza le declinazioni di bilancio, le destinazioni precise dei fondi, il quadro istituzionale: chi farà cosa, tra Commissione, governi, regioni?

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PER I DIRITTI DEGLI ANIMALI ANCHE IN AFRICA


SULL'ULTIMO NUMERO DI SOLIDARIETA' INTERNAZIONALE UN MIO ARTICOLO CON LA RACCAPRICCIANTE SITUAZIONE DELLO ZOO/LAGER DI NIAMEY IN NIGER

 

Il dibattersi della scimmia nella gabbia, la piaga profonda dovuta alla catena stretta in vita, i suoni emessi mentre tutto il corpo si sconvolge, rivelano molte cose della sua “personalità”, della sua sofferenza, dell’anelito alla libertà negata, della pazzia alla quale la si sta riducendo – sotto gli occhi del pubblico. E’ la lezione del museo, cuore della capitale. Perché il Musée National di Niamey non solo è l’unico del paese, ma fu concepito – e all’epoca presentato e a lungo commentato con fiumi di parole in forma di elogio – come una rappresentazione complessiva: i padiglioni disseminati nel parco, con raccolte di reperti archeologici, materiale etnografico, tessuti e costumi tradizionali di ieri e di oggi dei vari gruppi etnici; la ricostruzione delle capanne del villaggio “tipico”, gli edifici dimostrativi dell’architettura del fango e della terra; il “village artisanal” nel quale si conservano e commercializzano le forme tradizionali di fabbricazione di gioielli, oggetti in pelle, intarsiature, tessitura su telai manuali e tintura di stoffe; una sezione, non si capisce quanto operativa,  di attività per le scuole.

Ma siamo in Africa, e la meraviglia pare affidata, più che all’umano, al mondo animale. Una grande tettoia in lamiera protegge l’immenso scheletro del dinosauro perfettamente conservato, è un pezzo raro che svetta con la testa alta, accompagnato da altri imponenti pezzi di paleontologia, testimoni di un’epoca nella quale un uomo, al cospetto di questi giganti, se la sarebbe svignata. Ma queste sono solo vecchie ossa, e la rappresentazione del mondo africano ambita dal poliedrico Musée, non si sottrae alla fauna viva del continente, con un giardino zoologico che segue gli stessi criteri delle altre sezioni: gabbie disseminate nel parco, tra le capanne in paglia, gli artigiani, gli uffici e i padiglioni etnografici. E’ il pezzo forte: la fama dell’istituto è affidata soprattutto alla sua “collezione” di animali, così che al museo, si viene per il suo zoo, un vero zoo vecchio stampo, con gli animali in gabbia e i cartellini con un minimo di descrizione scientifica.

 

Ma il vero insegnamento sta nell’alterazione della relazione tra uomo e animale, come la disperazione della scimmia nella sua trappola denuncia: perché lo zoo di Niamey è – come ogni zoo, e più di ogni zoo – un lager, nel quale non si mette in mostra l’animale, ma il suo abbruttimento, la sua mortificazione e sofferenza che diventano un’intera esistenza, chiusi là dentro

La “collezione” avrebbe la sua ambizione, e a condividere questa tragica sorte sono un po’ tutti: leoni, iene, scimmie, scimpanzé, boa, coccodrilli, ippopotami, gazzelle, uccelli, perfino un maiale – che in un paese musulmano come il Niger è considerato alla stregua di un animale esotico. Tutti sono costretti in celle piccole, lerce, vetuste. L’ippopotamo resta fermo nella minuscola pozza di acqua fetida, colma di rifiuti urbani, che gli è data in concessione. Idem il coccodrillo, che dai pochi centimetri di pozza concessigli non si muove, stordito da un fluire del tempo da ergastolano costretto in pochi metri quadrati. Le gabbie della iena e il leone sono minime, caldissime, con una ciotola d’acqua sudicia e stagnante, e gli animali reclusi restano addormentati, rassegnati, già morti. Non c’è, da nessuna parte un segno di redenzione, ovunque sporco, spazi angusti e il fetore diffuso degli escrementi e dei resti delle carcasse date in pasto non rimossi. Unico a manifestare qualche segno di resistenza, di lotta, sono uno scimpanzé che si ostina a cercare di afferrare, inutilmente, il ramo di un albero che ombreggia sopra la sua gabbia, e la scimmia chiusa reclusa nella gabbia minuscola che tenta di ribaltare, con salti che le fanno sbattere la testa e grida di dolore.

Intorno a queste gabbie, bambini e adulti osservano con poca convinzione. Perché tra quegli animali non accade niente, non ci s’imbatte in alcun ruggito sensazionale, non siamo nemmeno tra le vittime ammaestrate di un circo, quello di Niamey è uno zoo dell’immobilità, dell’agonia.

Si passa velocemente da una gabbia all'altra, con il senso di impotenza e quella sorta di rimprovero che deriva dal preoccuparsi delle condizioni degli animali in uno dei paesi più poveri del mondo, dove permane malnutrizione, alta mortalità infantile, latitanza di servizi sanitari e molto altro.

Tuttavia la povertà non è una scusa, quasi potrebbe costituire e non solo per le poche risorse pubbliche dedicate allo zoo e sottratte a ben più utili destinazioni. Ma perché questo Musèe National pare figlio diretto di una “rappresentazione esotica” tipica di una cultura coloniale. E di questa cultura così estranea all’Africa, il giardino zoologico è la parte più paradossale – con le sue gabbie dimostrative laddove già alle porte di Niamey gli spazi della natura sono quelli che tutto il mondo invidia all’Africa.

Intrappolati e agonizzanti, sono infatti anche gli avventori dello zoo. Nessun turista – se ne vedono pochi a Niamey – ma ragazzi e famiglie locali (ibrido di classe media in fieri?), succubi di un modello importato, e glorificato. Il Musèe infatti è il cuore di Niamey, a due passi dall’Hotel de Ville e del Palais des Congrés.  Una centralità eloquente, a rovesciare il suo messaggio, a voler scrivere sul corpo storpiato della scimmia in gabbia, l’unico insegnamento che resta dalla sconfortante visita, il monito di Kundera: “Il vero esame morale dell'umanità, l'esame fondamentale (posto così in profondità da sfuggire al nostro sguardo) è il rapporto con coloro che sono alla sua mercé: gli animali. E qui sta il fondamentale fallimento dell'uomo, e da esso derivano tutti gli altri”.

L’Africa, dove la frequentazione degli uomini nel regno animale ha altri passi, altre regole, ha siglato e mantenuto ben un altro patto rispetto all’Occidente, in quel giardino precipita nel tradimento dei suoi valori, nel fallimento.

 

 

Niccolò Rinaldi

 

Gaza, la guerra doppia

Mio ultimo intervento sull'Huffington Post.

A Gaza la guerra ha due facce, ciascuna con la sua storia

Certe guerre non si sa da che parte prenderle. Hanno due facce, come un foglio, ognuna con la sua storia. Per questo non arrivano mai al loro epilogo, se non per stanchezza, in fondo al tempo.

Alla fine ognuno trova il suo conforto. Israele con una tecnologia militare mai vista, che in questo conflitto ha dato ottima prova. Delle migliaia di missili lanciati dalla fatidica striscia, nessuno ha veramente colpito il suo bersaglio, finendo nella natura o, se minaccioso, intercettato in tempo dai sofisticati sistemi antimissilistici a protezione di tutti i possibili obiettivi, città o altro. Un risultato brillante, tanto che la popolazione israeliana, potrebbe continuare a percepire il conflitto a una distanza maggiore rispetto a una realtà assai promiscua. L'asso nella manica israeliano è costituito dal già collaudato Patriot americano, dall'Iron Dome, sviluppato dagli israeliani per fermare proprio i razzi "fatti in casa" da Hamas e da Hezbollah, attualmente dislocato in otto batterie che arriveranno a quindici garantendo la copertura dell'intero paese. L'anno prossimo arriverà il già sperimentato Magic Wand, adatto a missili più potenti, e nel 2016 sarà pronto un ulteriore sistema capace di annientare il rischio dei missili balistici iraniani. Un arsenale per definizione difensivo. Né mancano armi per l'offensiva, con quasi 4.000 carri armati, 350 aerei e altrettanti elicotteri, quattro sottomarini nucleari e, appunto, l'arsenale nucleare. Dato che a parte l'Iran, non si vedono minacce all'orizzonte, ora che Assad ha ben altri problemi, ce ne sarebbe abbastanza per dormire sonni tranquilli, infischiarsene di negoziati, e lasciare i palestinesi nella loro polvere - materiale e politica.

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La presidenza italiana dell'UE, ai suoi primi passi

Per molto tempo l'Italia è stata lo zimbello d'Europa (Berlusconi) o ha assecondato (Monti, e anche Letta) le scelte dei Paesi più autorevoli e influenti, tra i quali vi sono anche Stati molto più piccoli dell'Italia. Renzi sta cercando di persuadere che la musica è cambiata, che l'Italia ha le sue priorità politiche (la flessibilità) e di nomina (il ministro Mogherini come Alto Rappresentante).

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Le regole europee contro la violenza negli stadi

La competenza in Europa spetta soprattutto agli stati membri, ma con una comune impronta preventiva e repressiva.

La Francia nel 1993 si è dotata di una legge contro la violenza nello sport e dal 2003 ha sviluppato regole più rigide. Ad esempio, chi danneggia i beni pubblici rischia fino a 5 anni di carcere, chi non rispetta il divieto di assistere alle partite può finire in prigione per 2 anni e il lancio di oggetti o l'introduzione allo stadio di coltelli, aste o striscioni, può comportare 3 anni di reclusione. fino a tre anni per chi porta razzi allo stadio, fino a due anni per chi ricostituisce un club disciolto dal ministero degli Interni. Anche il possesso di simboli razzisti o xenofobi, l'introduzione di bevande alcooliche e l'invasione di campo sono puniti duramente. I responsabili rischiano fino a 1 anno di carcere.

L'Inghilterra ha debellato il fenomeno Hooligan con la condanna penale per gli atti di violenza o per le violazioni al Daspo; si può fare ricorso, ma se l'appello risulta infondato, la condanna è raddoppiata. La Gran Bretagna ha poi puntato molto sulla responsabilizzazione delle società tanto che ha affidato loro la sorveglianza all'interno degli impianti. Stewards privati pagati direttamente dai club sono in collegamento via radio con la polizia che rimane presente solo all'esterno degli stadi. Oggi le forze dell'ordine inglesi hanno la facoltà di arrestare e far processare per direttissima i tifosi anche solo per violenza verbale. 

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70 anni dopo, 20 anni dopo

 

 

1944: periodo di massimo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti e dei loro collaboratori nel cuore d'Europa. 1994: da aprile a luglio sotto gli occhi del mondo avviene il genocidio ruandese. In questi giorni commemoriamo la fine di quella tragedia, esattamente venti anni dopo. Per questo, come co-presidente dell'ALDEPAC, la rete dei parlamentari liberaldemocratici dell'UE e dell'Africa, ho scritto questo articolo che sarà pubblicato nel porssimo volume dei nostri quaderni ALDEPAC.

 

Ci siamo ritrovati a Città del Capo, in una delle capitali di un paese che ha alle spalle un passato tormentato, un passato lungo e recente che ha negato costituzionalmente le più elementari libertà liberaldemocratiche. Il Sudafrica ha fondato la sua nuiova identità anche sulla memoria collettiva dell’apartheid: come in Europa con la shoah, il “non scordare per non ripetere” è uno dei fondamenti della cultura liberaldemocratica. Coltivare la memoria collettiva, fondare su un assunto storico che sia monito etico, legare cultura e istituzioni, valori e politica, è il lavoro difficile che i liberali di tutto il mondo devono affrontare al cospetto del pragmatismo che diventa superficialità.

ALDEPAC si è ritrovata a Città del Capo nel 2014. Venti anni prima si scatenava nel cuore dell’Africa l’ultimo dei genocidi del XX secolo, lo sterminio sistematico dei tutsi e degli hutu moderati. Ed esattamente cinquant’anni prima della mattanza a Kigali, nel cuore dell’Europa, ad Auschwitz e negli altri lager nazisti si compiva il più sanguinarioe  il più tecnologico dei genocidi.

Cardini della politica liberaldemocratica, in Europa come in Africa, sono la promozione dei diritti umani (compresa una garanzia di protezione sociale universale) e un’economia aperta che premi l’intrapredenza individuale. Ma a noi spetta anche il compito di saper leggere la storia e interpretarla come fonte di insegnamenti. E nel 2014, venti anni dopo il Ruanda e settanta dopo Auschwitz, europei e africani devono sapersi interrogare su cosa ha accomunato questi due genocidi.

 

La Shoah non è stata né il primo né l’unico genocidio del XX secolo, ma la sua dimensione e la sua modalità non hanno precedenti e sono unici ? la Shoah è una storia irripetibile. Il Ruanda non è stato il solo genocidio del dopoguerra, ma più di ogni altro ha avvertito che, per dimensione e modalità, un altrdel pragmatismo o Olocausto di un intero popolo è stato possibile. Anche il Ruanda del 1994 è una storia irripetibile. Eppure il genocidio si è ripetuto. Eppure il genocidio non era così unico.

Così ebrei e ruandesi si sono spesso riconosciuti reciprocamente, vittime di accanimenti che con i primi hanno reso possibile l’inimmaginabile, e con i secondi hanno dimostrato che anche l’inimmaginabile è ripetibile.

Ognuno di loro porta ieri un destino di vittima e oggi di testimone, e le rispettive letterature scientifiche e dei sopravvissuti a volte si guardano come in uno specchio, altre, per quanto raramente, addirittura si ritrovano nelle stesse pagine.

Ancora una volta cerchiamo di capire dove abbiamo sbagliato e cosa è stato scordato. Per questo si provi a muoversi in punta di piedi e, tra differenze e insegnamenti comuni, ci si limiti ad alcune brevi tesi, per due lezioni parallele – per due popoli, due continenti, due epoche, con l’assoluto della Shoah che pare trovare nel genocidio ruandese una sorta di sventurato figlio maggiore.

 

Imprevedibile

Una prima lezione di un genocidio è che può accadere proprio nel cuore dell’Europa o nel cuore dell’Africa ? questa la somigliante collocazione geografica di Germania e di Ruanda ? a dispetto di secoli e secoli di civiltà, dell’umanesimo di Goethe e della musica di Beethoven, e dell’antica saggezza popolare africana. Il genocidio è capace di presentarsi là dove meno lo si aspetta, là dove si creda che i baluardi della cultura siano da tempo affermati. In paesi non periferici, e anzi “colti” ? nei quali l’ebreo per secoli era stato tollerato o addirittura integrato, e i tutsi e gli hutu fino all’arrivo dei colonizzatori europei non avevano conosciuto conflitti ? il genocidio prende in contropiede ma, quando si presenta, pareggia i suoi conti con la storia sempre nello stesso modo maniacale: accumulando cadaveri.

Prevedibile

Un’altra lezione è il rovescio della prima: al di là delle apparenze, in Germania come in Ruanda il genocidio non è un incidente di percorso della società, ma un suo prodotto. Un progetto coltivato per anni, spesso sottotraccia, mai un azzardo. Così come le leggi razziali italiane furono precedute da anni di giudizi antisemiti in varie forme ? articoli, omelie, lezioni accademiche, libri ? e non spuntarono come inaspettati imprevisti, così i massacri degli ebrei e dei tutsi sono l’esito di una puntuale cronologia della discriminazione.

Uguaglianza

Il punto di partenza di un genocidio è sempre lo stesso: non ci troviamo tra due comunità divise e distanti, ma tra gruppi di cittadini dello stesso paese, con il medesimo passaporto, contigui e promiscui al punto da essere gli uni dentro gli altri. Stesse strade, stesse scuole, stessi posti di lavoro. E per la cultura liberale: tutti uguali.

Minoranze

Minoranza gli ebrei, minoranza i tutsi. Eppure la preparazione del genocidio ha sempre inculcato nella maggioranza della popolazione il sentimento di una minaccia diffusa, palpabile e perciò più subdola. Nella caccia all’ebreo e al tutsi, il tanto ostentato disprezzo è ribaltato nell’odio per un popolo denigrato come “insetto” o sub-umano, e tuttavia percepito come “superiore”. In due contesti lontani e diversi, l’odio viene giustificato con la ribellione verso un dichiarato sfruttamento da parte di queste minoranze. Ha funzionato sia in Germania che in Ruanda.

Prospettive ottiche

Questione di percezioni. Nell’Europa della Shoah l’ebreo era identificabile in quanto tale per un nome proprio, a volte per il modo di vestire degli ortodossi, o per la kippah.

In Ruanda i tutsi a volte sono riconoscibili dall’aspetto fisico ? più alti, e più slanciate le donne.

Il paradosso è che per i ruandesi, gli “ariani” o gli ebrei europei sono sempre “bianchi”, senza alcuna distinzione. Ugualmente, agli occhi dell’europeo: tutsi, hutu, twa, quale differenza? Classificazioni indecifrabili quando sono viste a distanza, ma ribaltate e radicalizzate a casa propria.

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Nigel Farage, un cinico che pontifica

Da l'Huffington Post | 02/06/2014

Parlo ritenendomi persona informata sui fatti. Ho osservato in questi anni Nigel Farage, ho lavorato nella mia commissione con alcuni suoi parlamentari, ho ascoltato i suoi interventi in plenaria. Farage non è xenofobo, e la sua posizione pro-nucleare non deve scandalizzare, in un'Europa dove in molti Paesi anche la sinistra lo è.

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Every cloud has a silver lining...

Ecco un nome che ci si affretterà, ridicolo alla mano, a sotterrare - Scelta Europea.

Gobetti è sepolto al Père Lachaise, qua siamo da fossa comune.

Forse ci sarà qualche accenno a quei movimenti contorti, tipo "l'avevo detto", "è colpa tua", "era meglio da soli", "visto cosa succede a mandare certa gente in televisione", o forse il silenzio della vergogna.

Ma con certi risultati non ci sono più colpe, avvertimenti, alternative - non c'è niente, se non chiedere scusa. Ma senza troppi drammi, please.

Il mondo è vasto, molto più di Renzi e Grillo e compagnia bella.

Every cloud has a silver lining.

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