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Passaggio nel Mediterraneo

Nella basilica veneziana di San Giovanni e Paolo, una cappella conserva una tela di Leandro da Bassano, unica, fra quadri che conosco, per soggetto e per pathos. È notte, o quasi; sulla sinistra si stende una città protetta da mura, solida, potente. Accanto alle costruzioni dell'uomo, s'apre uno specchio d'acqua, scura e con onde minacciose. Davanti a questi due mondi - la città degli uomini, la potenza dell'acqua - Leandro dipinge un dramma concitato: una folla di persone vestite bene si accalca intorno a due naufraghi: un uomo e un bambino.

Entrambi esausti, coi vestiti stracci. Tengono le gambe piegate, e questo accorgimento ci tranquillizza sussurrando che ce l'hanno fatta, vivi, mentre i cittadini soccorrono. In mezzo a loro, affranti sulla riva, si erge la figura di un domenicano, con testa alta e volto luminoso. Non è sulla terra, è ancora in acqua, anzi, cammina sull'acqua. Se i naufraghi sono ancora vivi, lo si deve, si capisce, al suo intervento. Il miracoloso personaggio è nel titolo del quadro: "San Giacinto attraversa il fiume Dnieper".

 

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Visita di studio alla BBC e informazione italiana



L'edificio e l'ingresso della BBC in Portland Place si presentano sobri, e senza veline in portineria.

Sono candidato alle elezioni europee e sono qui per imparare, una visita alla British Broadcasting Corporation è un piccolo pellegrinaggio laico a un tempio dell'informazione indipendente, ma è anche un'occasione di formazione: lottiamo perché anche in Italia un giorno ci sia un vero "servizio televisivo pubblico".

La BBC vive di canone e vendita dei propri programmi sul mercato ma ripudia la pubblicità, ha un contributo governativo per il suo servizio radio-televisivo mondiale che trasmette in 200 paesi del mondo promuovendo tra l'altro l'uso giornalistico di decine di lingue, ha i conti in ordine e stipendi senza follie. È uno dei più grandi media al mondo con un bilancio di circa quattro miliardi e mezzo di euro (la RAI, indebitata, costa tre miliardi di euro...).

 

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Articolo per il mensile Solidarietà Internazionale


Il viaggio, questa volta, lo compio a rovescio. Parto a ritroso, infatti: verso l'Italia, non verso il fuori. È risaputo che viaggiando ci si conosce meglio e lo sguardo degli altri ci definisce. Fra i tuareg mi prendono per un "europeo". E anche tra gli afgani. Perfino negli Stati Uniti. "Italiano", e poi "europeo", o viceversa.

Si aspettano qualcosa dall'una e dall'altra definizione: come italiano che conosca qualcosa di calcio, che sappia cantare, che mi professi amico del papa, che beva caffè e vino e vada a donne. Che conosca un poco d'arte e che quantomeno coltivi uno spiccato senso estetico. E che abbia sempre un sorriso sulle labbra e tratti tutti con umanità, con simpatia. Un italiano brontolone e colla puzza sotto il naso a molti pare una contraddizione. Spesso devo deludere i miei interlocutori in molte di queste aspettative: non bevo quasi vino, niente caffè, sono protestante, il calcio m'interessa il giusto - ma più di una volta ho incantato una tavola improvvisata di stranieri inventando su due piedi una cenetta che non si saranno scordati. E come quasi tutti i miei connazionali anche io ho una tenerezza speciale verso tutti i bambini del mondo. Eccetera.

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