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BREVE RITRATTO DI MARCO PANNELLA PUBBLICATO SUL PATTO SOCIALE

ALCUNE COSE CHE MI RICORO DI MARCO

 

Mi ricordo di quando Marco Pannella, a casa per cena, regalò a mia moglie una splendida pianta, che in questi giorni pare poca cosa ma che era fiorita fino a due settimane fa e che gli è sopravvissuta.

 

Mi ricordo il terrore degli interpreti del quando dovevano tradurre i discorsi di Marco, dalle frasi interminabili e con una subordinata che si apriva dietro l’altra senza fine – ma davvero senza fine.

 

Mi ricordo di quella porta nella sede radicale di via di Torre Argentina che era sempre aperta e di come ogni volta accoglieva festoso.

 

Mi ricordo di come a casa sua, mentre digiunava, offriva il gelato e teneva un minestrone per gli ospiti pronto sul fuoco.

 

Mi ricordo quando gli portai a casa Vincenzo Maruccio, all’epoca coordinatore regionale del Lazio dell’IdV e di come fu cortese con lui, che non conosceva e che poco dopo finì a lungo in carcere.

 

Mi ricordo della sua casa, piccola e mansardata, che aveva preso anni prima da Marcello Baraghini, il geniale ideatore di Stampa Alternativa, e di quanto era fiero della terrazzina sui tetti di Roma e delle piante che vi teneva.

 

Mi ricordo di quando mi accolse la prima volta alla sede radicale, sotto quella gigantografia fotomontaggio di una fila di monaci buddisti birmani, scalzi e con la sola tunica e un bastone, e del papa colmo di gioielli e dagli abiti sontuosi, sotto una citazione del vangelo di Matteo con le parole che Gesù rivolse agli apostoli: Andrete muniti solo di una tunica e di una bisaccia, e senza gioielli né denaro.

 

Mi ricordo di quando a una riunione dei capi di partito dell’ALDE non fu gli fu data la parola perché i radicali non erano in regola con le quote, e di come se ne andò via.

 

Mi ricordo di quando all’ultimo congresso del PRI, l’anno scorso, ci prendemmo un caffè insieme a Tivelli, ragionando di altre iniziative ancora da fare.

 

Mi ricordo di quando gli proposi di fare un referendum per l’abolizione del monopolio della SIAE.

 

Mi ricordo quando nel 2009 sostenne la mia candidatura nella lista di Di Pietro, anche se se era presente una lista radicale, e che nel 2014 di fatto rifiutò ogni sostegno alla lista, liberale, dell’ALDE e alla mia candidatura.

 

Mi ricordo di quando mi disse che Giorgio La Malfa non era tipo da leggere le poesie, e io invece gli controbattei che Giorgio me ne aveva addirittura detta una di Auden a memoria, anni fa a Bruxelles, e che lui ci rimase così.

 

Mi ricordo che gli chiesi perché non aveva mai pubblicato nessun libro, non mi ricordo cosa mi rispose, ma ricordo che pensai che anche Socrate e Gesù…

 

Mi ricordo che leggendo la raccolta delle corrispondenze di Janet Flaner, che raccontò l’Europa ai lettori del New Yorker dal 1925 al 1975, trovai negli articoli di quella geniale giornalista due nomi di persone che conoscevo, e uno era il giovane Marco Pannella che all’inizio degli anni settanta stava cambiando l’Italia.

 

Mi ricordo di Marco quando il Parlamento Europeo introdusse il divieto tassativo di fumare ovunque nei suoi locali…

 

Mi ricordo del film con la sua biografia, dove c’erano tutte le sue battaglie – nudo a teatro, imbavagliato in televisione, affabulatore nei comizi, contestato da genitori con figli drogati…

 

Mi ricordo che pensai che quasi tutti i giovani dirigenti radicali di cui si circondava un po’ si assomigliavano tra loro, tutti bellini, tutti vestiti bene.

 

Mi ricordo l’ultima iniziativa fatta insieme, nella primavera del 2014 al parlamento europeo, e che citai a memoria un passo dell’Orazione per la dignità dell’uomo di Pico della Mirandola e che mi abbracciò.

 

Mi ricordo che un amico, costituzionalista svizzero ed estensore della prima costituzione democratica del Madagascar, mi disse che più o meno l’unico politico italiano che si salvava e noto a chiunque nel mondo si occupasse di democrazia diretta e referendum era Marco Pannella.

 

Mi ricordo che i miei figli lo chiamavano “nonno Marco”.

 

Mi ricordo di quando a Bruxelles difendeva la scelta radicale di aver fatto un gruppo unico, anche se tecnico, col Front National di Le Pen.

 

Mi ricordo di quando nel 1989 fu eletto al parlamento europeo in una lista comune a repubblicani e liberali, di quando alla prima riunione del gruppo propose che Giscard d’Estaing si candidasse alla presidenza del parlamento europeo, e di come tutti rimasero di stucco quando due giorni dopo se ne andò dall’ALDE per passare ai non-iscritti.

 

Mi ricordo di quando anni dopo, perso il gruppo tecnico con Le Pen, i radicali fecero domanda di adesione al gruppo dell’ALDE, ma la Margherita mise il veto, e per aggirarlo Di Pietro offrì di iscrivere gli euro-deputati radicali all’IdV, e che la cosa non funzionò ma che Marco ne rimase molto colpito – del veto degli uni e dell’offerta dell’altro.

 

Mi ricordo di aver pensato più volte che, mutatis mutandis, il vero erede di Marco Pannella sia Marco Cappato.

 

Mi ricordo che trovavo orribile che avesse candidato e mandato in parlamento, e poi in fuga, Toni Negri, un maestro della pedagogia terroristica "armiamoci e sparate, io predico"-.

 

Mi ricordo che pensavo che molti gli attribuiscono la paternità della legge sul divorzio, che invece fu opera di un socialista e di un liberale, o del referendum, che in realtà fu abrogativo e voluto da parte cattolica; e che non molto diversamente le cose andarono per l'aborto.

 

Mi ricordo che fu Marco a consigliarmi la Cremeria Monteforte, di fianco al Pantheon, diffidandomi di andare altrove, e di come gli piaceva il gelato.

 

Mi ricordo che trovavo complicata la sua relazione con gli uomini del potere – presidenti della Commissione UE, Presidenti della Repubblica o del Consiglio - che un po’ adulava, un po’ si piccava di conoscere personalmente, un po’esercitavano sempre un fascino su di lui, e che parecchio disprezzava.

 

Mi ricordo che i repubblicani li temeva, li invidiava, li compativa, li rispettava, insomma che con l’edera – o con La Malfa, o con Visentini – aveva un rapporto complesso e mai definito.

 

Mi ricordo che quando interveniva al gruppo o in plenaria a Strasburgo, era l’unico – l’unico – che mettesse gli avvenimenti contingenti in relazione con la storia e i personaggi di ieri, che avesse una chiara percezione che nessuna politica c’è senza la conoscenza della storia, e che in quanto a dare la direzione di marcia all’Europa, era sempre una spanna in avanti rispetto a tutti gli altri.

 

Mi ricordo che in tutte le volte che l’ho visto non fu mai scortese, mai volgare, mai prevedibile.

 

Mi ricordo che il suo cervello, che bisognerebbe “analizzare”, era una banca dati inesauribile, che conosceva molti e molto, che ricordava tutto e che come una centralina elettronica metteva tutto in comune connessione.

 

Mi ricordo che nel suo pensiero c’era molta America, molta India, molta Africa, molta Inghilterra, molta Francia, molto Israele, molta Italia – molto mondo.

 

Mi ricordo che era difficile contraddirlo e che quando era messo alle strette se ne usciva con una delle sue risate sornioni.

 

Mi ricorderò che è morto in una clinica di suore.

 

Mi ricordo che le sue origini abruzzesi gli piacevano, eccome.

 

Mi ricordo che civettava in vari modi, tra l’altro sfoggiando il suo francese, ma che a un certo punto capì che senza l’inglese diventava un uomo di un’altra epoca.

 

Mi ricordo che non aveva affatto il terrore delle maggioranze e a suo modo le corteggiava, ma che le minoranze le considerava il solo spazio di creatività e libertà possibili.

 

Mi ricordo della sua faccia, dei suoi capelli ultimamente legati a coda, ma soprattutto, più di ogni suo tratto personale, della sua voce, forte, naturalmente autorevole e calda, non a caso radiofonica, incantatrice.

 

"Mi ricordo", "mi ricordo", e non uso una formula retorica, ma perché quando si aveva a che fare con lui si capiva subito che era proprio una persona di cui "ci si ricorda", e questo accadrà anche all'Italia.

 

Mi ricordo molte altre cose, di Marco Pannella, anche meno frivole di queste – e credo proprio che me le ricorderò sempre, e non diversamente sarà per l'Italia.

10.000 MIGRANTI MINORENNI SCOMPARSI IN EUROPA, DOVE SONO?

 

10.000 minorenni migranti svaniti nel nulla, ma l'Europa non si commuove

Pubblicato: 27/04/2016 11:08 CEST Aggiornato: 27/04/2016 11:08 CEST
KIDS IMMIGRANTS

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E così poco tempo fa apprendiamo che "almeno" 10.000 minorenni migranti sono scomparsi dopo essere arrivati in Europa. Scomparsi: di loro si sa quando hanno superato le nostre frontiere, in seguito sono svaniti nel nulla. Diecimila: un esercito.

Non sappiamo dove siano, con chi siano, come riescano a sopravvivere in Europa. Possiamo supporre che alcuni siano finiti nelle maglie del mercato della pedofilia; altri nella schiavitù di certi lavori in capannoni, cantieri o campi; qualcuno, lo attestano alcune organizzazioni, diviene vittima dell'odioso traffico di organi; altri ancora si nascondono contando sulle proprie forze e vagheranno nelle nostre strade vivendo di espedienti. Alcuni nel frattempo saranno morti. Tutti saranno bambini e ragazzi disperati, altro che il sogno di un'Europa che manco sa dove siano finiti. Viviamo in una società dove siamo tutti controllati e schedati, ma 10.000 minorenni arrivano, vengono registrati e poi se ne perdono le tracce. Quanto all'Europol, con la sua autorevolezza ha denunciato il fenomeno, ma finora non è stata in grado di indicare come risolvere il problema. In buona parte le risposte, in questa Europa che delega ai governi, spettano appunto ai governi, che sembrano avere altre preoccupazioni.

Tre conclusioni. La prima è che se dei ragazzini finiscono nei coni d'ombra dei nostri sistemi informativi, questo accadrà anche a dei terroristi, e allora dimentichiamoci ogni senso sicurezza collettivo. La seconda è che un tale pasticcio è una delle ennesime falle di un sistema che delega ai ventotto paesi dell'Ue questioni ormai sovranazionali come immigrazione e sicurezza. Un'unica procedura di registrazione, un unico corpo di polizia di frontiera, un unico sistema di accoglienza, un unico codice di selezione dei migranti economici e dei richiedenti di asilo, renderebbero moto più improbabile questa crepa informativa in cui si può scomparire.

La terza è che alla notizia della scomparsa di questi 10.000 minorenni, non si è aperto un vero dibattito europeo, nonostante una discussione al Parlamento europeo. Poca l'attenzione dei media, rari i twitter dei politici, nessuna mobilitazione dell'opinione pubblica. Insomma: l'Europa, tanto assertrice della sua cristianità, non si commuove al cospetto del destino funesto di diecimila minorenni che a essa guardavano come all'occasione di un riscatto dalla povertà e dalla guerra. Fossero scomparsi non 10.000 ma 1.000 o soltanto 100 ragazzi europei, l'attenzione sarebbe stata ben diversa. Esiste dunque una sorta di apartheid culturale, un riflesso razzista taciuto, eppure vigente.

Anzi. Ci saranno anche i tanti ai quali la notizia che 10.000 giovani immigrati in un certo senso "non ci sono più" farà molto piacere: sono già troppi e se qualcuno è risucchiato nelle pieghe più turpi della nostra società, tanto meglio, tanto più se sono giovani, potenziali futuri padri di altri invasori. Diecimila in meno? Evviva.

 

http://www.huffingtonpost.it/niccola-rinaldi/10000-minorenni-migranti-svaniti-nel-nulla_b_9777204.html

il MIO ULTIMO ARTICOLO PER L'HUFFINTGON POST

Un vertice europeo, o almeno una protesta per Venezia

 

 

Al recente vertice italo-francese, Venezia è stato teatro di una manifestazione anti-TAV. A torto o a ragione, a proposito della distante Val di Susa, sono intervenuti politici, media, cittadini. Eppure in un appuntamento a Venezia, città prediletta dai francesi (Proust, De Regnier, Lang, Pinault, Gaultier, Morand... Così come, si dice, Roma lo è dei tedeschi e Firenze degli inglesi), ci si sarebbe aspettata un'attenzione anche, anzi soprattutto, su un altro territorio critico: Venezia. Invece nessuno - politici, media, cittadini - ha avuto niente da dire. Forse perché ormai si ritiene che tutto sia stato detto, nient'altro vada aggiunto e soprattutto, che ormai non si possa fare nulla.

O che si possa fingere di non far nulla. Un vertice internazionale sarà sempre magnificamente ospitato a Venezia, sfondo ideale per qualsiasi incontro - dalla propria piccola storia d'amore a un grande appuntamento internazionale. Una funzione che corrisponde, come è stato scritto dal filosofo Giorgio Agamben, alla "indecenza di continuare a imbellettare e a svendere il cadavere". Non occorre evocare Thomas Mann o Listz, quel versante funebre della percezione di Venezia, peraltro temperato da altri profili identitari - dal carnevale all'orientalismo - perché basta soffermarsi davanti alla farmacia di campo San Bartolomeo, che inesorabilmente aggiorna i dati dalla popolazione residente: dal dopoguerra Venezia ha perso il 70% della sua popolazione. Nessuna città del mondo ha fatto peggio. 145.000 abitanti nel 1960, 66.000 nel 2000, oggi circa 58.000. Meno della metà di, per dirne una, di Giugliano in Campania. Altrimenti si ricorre ai trucchi, diluendo i dati di Venezia del resto di un comune che con Mestre e la laguna è quattro volte più grande che quello di Firenze.

Senza popolazione qualsiasi città muore. La tendenza non si ferma ed è testimoniata la notte dal buio delle finestre, di giorno da cartelli come quello che trovo in Calle della Testa. Affisso a una vetrina da tempo sprangata, è il saluto del suo ultimo artigiano, un tappezziere, che, ritirandosi a Mestre, saluta clienti e amici. Conclude con un "W calle della Testa, W Venezia, W l'Italia - quasi un grido di dolore. Restiamo nei paraggi: Davanti a questa vetrina impolverata, si trovava lo scrigno dell'atelier di Roberta di Camerino, nel quale le sue creazioni si alternavano con una collezione di slitte storiche. Ma la signora non è più tra noi, e l'atelier è chiuso. Accanto al tappezziere c'era la bottega di un maestro vetraio: anche lui è andato in pensione. All'angolo, un vecchio bacaro è stato rilevato da alcuni cinesi, che lo hanno abbellito con le immagini al neon dei loro cibi precotti. Sull'edicola, un'insegna che cerca clienti per cedere l'attività. Poco oltre, in Salizzada San Lio, il fondo in cui si trovava la libreria Marco Polo dedicata alla letteratura di viaggio, ospita oggi un negozio di biancheria cinese. Mi fermo qui: una mappatura metro per metro, che qualcuno forse avrà anche tracciato, potrebbe assomigliare a un esercizio di necrofilia.

Ne abbiamo già visti e non servono. Perché Venezia ha anche una sua realtà intrinsecamente sana, è un modello di città sostenibile per le metropoli del futuro - senza traffico, integrata nel suo ambiente naturale, con l'offerta di beni immateriali pregiati quali il silenzio e il tempo, trasporti pubblici che funzionano, alcuni nuovi insediamenti all'avanguardia (alla Giudecca). Non solo, Venezia gode di almeno quattro entità economicamente rilevanti, capaci di offrirle ancora un ruolo da protagonista. Sono il porto, tra i pochi a combinare elevati volumi di merci (più di Napoli) e di passeggeri; la Biennale, una delle più agguerrite e complete istituzioni culturali europee; l'università con tre poli innovativi - Ca' Foscari, IUAV, San Servolo - con un numero di studenti che è quasi la metà rispetto alla popolazione residente. Quanto all'aeroporto, con una pista più lunga che non tutta Venezia, è il terzo d'Italia.

Tralascio il turismo: la risorsa è tanto immensa quanto bisognosa di essere governata, per non diventare esattamente quello che in molti paesi produttori è il petrolio: una dipendenza che arricchisce alcuni, ma impoverisce il territorio, una manna del suolo che diventa una sventura, addirittura la sventura. Tralascio anche le grandi opere. Anni fa, è stato pubblicato Venezia. Cartoline inedite, libro dedicato a quei progetti da tempo in via di realizzazione o in discussione che "nel 2020 diranno che Venezia non agonizza e non sprofonda". Tra sublagunare e Waterfront, il libro dava per operativo dal 2014 il MOSE, oggi invece ancora incompleto e purtroppo attivo in passato soprattutto come volano di corruzione. Ma con le grandi opere Venezia non è fortunata: il nuove ponte della Costituzione sula Canal Grande è ancora oggetto di polemiche per la necessità di smantellare la cosiddetta ovovia per i disabili, mai funzionata correttamente, il tram che collega Piazzale Roma è definito da un giornale locale "un'opera costata oltre 200 milioni di euro e rivelatasi totalmente inaffidabile"; la cintura antiinquinamento di Porto Marghera, indispensabile per salvaguardare la qualità delle acque della laguna, è ancora incompleta, di poco per lunghezza ma di molto per finanziamenti ancora necessari, e rischia di essere un altro pasticcio che alla fine costerà un miliardo.

Adesso non è più solo questione di interventi faraonici, di restauri, della qualità ambientale delle acque, ma di politiche per la residenzialità, qualcosa di più sofisticato che non le già difficili politiche per il lavoro. Non si tratta più di Save Venice, ma di salvare i veneziani. Per gli amministratori il compito non è facile - tra scelte difficili, risorse sprecate e risorse insufficienti, credibilità delle istituzioni minata da scandali ed errori passati, e la pressione internazionale che ama Venezia, vuole Venezia, mitizza Venezia, fino a soffocarla nel suo letto. La città che resta risponde ritrovandosi dove può - la società civile vive ancora nelle società remiere, o nelle parrocchie, nei blog della cittadinanza più attiva, e poco più - e soprattutto si spopola.

Dunque, anziché indignarsi solo per la Val di Susa o le grandi navi, anziché indugiare nelle solite geremiadi sulla fine della storia a Venezia, si dovrebbe cominciare con un confronto, anzi con una cooperazione fra quelle istituzioni che a Venezia sono sane e attive, tra le forze vive della società civile, tra amici europei e di tutto il mondo, si dovrebbero studiare le storie di successo che non mancano, come lo splendido polo nautico della Certosa - una delle poche isole dell'estuario a essere state recuperate - nato per un'energia giovanile, si possono richiedere fondi Ue. Molti anni fa il Parlamento europeo riuscì a bloccare, grazie all'azione di Bruno Visentini, la progettata Expo in laguna. Venezia fu salvata da un mega intervento che non avrebbe avuto alcuna sostenibilità. Ma potrebbe essere stata una vittoria di Pirro, perché, trent'anni dopo, niente è più insostenibile dell'indifferenza o della rassegnazione.

IL MIO ULTIMO ARTICOLO PER L'HUFFINTGON POST

I quattro paradossi dell'Europa nel dopo Parigi

Una settimana dopo le stragi, ci sentiamo tutti più europei, ma è un paradosso. Inglesi che cantano la Marsigliese allo stadio, fiori di fronte a ogni ambasciata francese in Europa, profili Facebook colorati col tricolore transalpino - quanta emotività collettiva per ogni vittima di Parigi, avvertita come "una di noi". Ma ci fermiamo qui, perché questa identità comune poi annaspa quando con altrettanta convinzione si dovrebbero chiedere un controspionaggio comune, una politica di difesa comune, una politica estera comune, una politica dell'immigrazione comune. Anzi, in questa settimana in molte capitali si è affermato di nuovo il principio del "faccio da solo". Nessuno ha proposto più risorse proprie dell'Ue per strumenti comuni, ma solo maggiore flessibilità per rafforzare la sua intelligence o armare i suoi bombardieri. Possibile che le piazze europee si ritrovino unite solo nel lutto?

Il secondo paradosso sta nella nostra compassione, geograficamente selettiva. Piangiamo per Parigi, ma non lo abbiamo fatto per le vittime russe, turche, libanesi, tunisine, e ancora prima siriane e irakene. Si ripete il meccanismo che lasciò l'opinione pubblica europea largamente indifferente alla sorte degli 800.000 tutsi e hutu moderati che in cento giorni, nel 1994, furono uccisi uno a uno in Ruanda. Erano avvertiti come "lontani", diversi" (perfino come "neri") e quindi non riconducibili alle nostre categorie di comprensione, perché "tribali", "tutti uguali" tra loro, senza voler distinguere vittime da carnefici; soprattutto si pensava che quell'olocausto non costituisse una minaccia per noi. Poco contò che dietro le milizie genocidarie c'era anche lo zampino di qualche paese europeo e il sonnecchiare di altri. Anche oggi le vittime per le quali "sentiamo" vera pietà sono quelle sotto casa: un atteggiamento fatale, perché è immediato identificarci coi ragazzi di Parigi, eppure superficiale e perfino egoista in un Mediterraneo dove la guerra, da oltre due anni, è ormai alle porte, dove armi in abbondanza sono nelle mani di persone, molte delle quali cittadine europee, invasate da odio distruttore. Pensare che se ne stessero al di là di confini sempre più aleatori, era un'illusione, alla quale si è attaccata questa nostra compassione selettiva.

Il terzo paradosso sta nella ricerca della soluzione. La reazione è legittimamente, energica, ma non deve lasciar credere che la guerra contro il terrorismo sia solo - è anche questo, certo - questione di blitz e di spedizioni punitive. Essa è piuttosto un percorso lungo, nel quale paghiamo anni di ritardi: creazione di lavoro nei paesi mediterranei, borse di studio per evitare che i giovani arabi trovino solo nel Golfo delle possibilità di formazione, creazione di una banca euro-mediterranea per lo sviluppo, lancio di un canale televisivo euro-mediterraneo per un'informazione che rompa il quasi monopolio del Qatar con Al Jazeera, istituzioni con i paesi amici per la cooperazione politica, economica e per la sicurezza sul modello del consiglio d'Europa e dell'Osce. E molto altro, come norme che permettano la revoca della cittadinanza europea a chi ne tradisce i valori fondanti e una armonizzazione delle varie discipline che regolano negli Stati dell'Ue la vita delle comunità islamiche - dalle modalità di nomina degli imam, al ruolo della scuola laica, agli aspetti fiscali e finanziari.

L'Europa ha tutto quello che le serve per riuscire in questo compito - e questo è l'ultimo, definitivo paradosso: non c'è niente che non sia fattibile, dipende solo da noi. Nel mondo, anche in quello a noi vicino ci sono mille esempi di miglioramenti - basta confrontare i Balcani di oggi con quelli di solo venti anni fa. Ma il vero passo in avanti sarebbe passare da questa unità europea nella compassione e nella rabbia, a un'unità nella politica. Avevamo scartato gli eurobond e non possiamo accontentarci adesso delle "eurobomb", come ha scritto Flavio Pasotti. Altrimenti avranno ragione le bandiere davanti ai palazzi dell'Ue a Bruxelles, una visione emblematica: ventisette sventolano alte, e solo due sono abbassate: quella francese, e quella europea - con la seconda che ha anche più ragioni della prima per restare a mezz'asta.

LA SIRIA E LA BIENNALE DI VENEZIA

ARTICOLO PUBBLICATO SU FUORI BINARIO

Pochi visitatori della Biennale di Venezia giungono fin lì, all'ultimo spazio in fondo all'Arsenale, in un minuscolo ex-deposito di nafta dalle pareti ancora impregnate di odore di carburante. Ma chi entra, non esce subito, restando inchiodato davanti a "Syria: Snapshots of History in the Making", un film del collettivo clandestino Abounaddara che ha messo insieme vari video amatoriali realizzati in varie parti della Siria in guerra: ragazze che ad Aleppo s3incontrano per un corso su come acconciarsi i capelli che è in realtà una forma di sopravvivenza, una signora a casa sua che dichiara la sua strenua lotta contro ogni forma di oppressione femminile da parte degli islamisti che occupano la sua città; due soldati governativi che in uno scambio a fuoco di notte danno del traditore ai ribelli nascosti in trincea a pochi metri; la camminata di Assad su un lungo tappeto rosso, come un pavone surreale; un ragazzo che una naturalezza disarmante, ma è solo un leggero paravento davanti a uno sconquasso interiore sconvolgente, parla del compagno di classe ucciso da una bomba, della scuola evacuata, dei genitori che non ci sono più. E poi i profughi siriani in Libano, con le loro miserie non solo di vita, ma soprattutto di prospettiva: che sarà della loro vita?

Vediamo questo lungo film, scorgiamo qualche istante di vita quotidiana sotto le bombe e la paura in Siria, e condividiamo quanto scrisse Malinowski: "per giudicare qualcuno, bisogna essere lì con lui".

Invece giudichiamo l'altro, e ci guardiamo bene dal volere capire da dove viene, cosa vive. Abounaddara, per questo lavoro corale, crudo e spontaneo, ha vinto il Leone d'Argento della Biennale, ma nessuno è andato a ritirarlo. Peccato, avremmo potuto finalmente vedere il siriano di cui leggiamo sui giornali, il siriano dei centri di raccolta, lo scarto della storia, riscattato nell'atto di ricevere un premio ambito, nella crema della cultura europea. Avremmo forse, per una volta, potuto riconoscere l'"altro". Quell'"altro" che tanto infastidisce per la sua presenza, e che, di un'altra etnia e di un'altra cultura, arriva da una guerra vera e offre solo uno spettacolo di dignità, anche quando cade per lo sgambetto di una donna egoista che rappresenta molti di noi.

Perché non siamo preparati, nonostante anni e anni di esposizione mediatica e di incontri reali nelle nostre strade, a vedere l'"Altro" come noi, ma lo interpretiamo come uno straniero che appartiene quasi a una specie diversa, e soprattutto che ci appare, chissà perché, come una minaccia.

Ricordo una signora romana, a cui parlavo degli afghani che avevo frequentato quando vivevo a Kabul, e degli afghani che vivevano accampati tra i binari morti dell'Ostiense, che mi disse con sincerità: "Ma io come potrei incontrarli? Cosa potremmo dirci? E in che lingua? Come potremmo capirci? Ed evitare di essere solo guidati dalla compassione d parte mia e dall'interesse da parte loro".

Non poteva dir meglio. Così sentono le maggioranze. E finisce come alla Biennale di Venezia: un capolavoro nascosto nell'ultima stanza, una premiazione fallita, un incontro mancato come accade oggi tra una riva e l'altra del Mediterraneo, al cospetto di una guerra vicina. Non c'è incontro, e forse nemmeno per indifferenza, ma perché esiste infatti un genere di pietà troppo pesante da reggere. Allora si fa saltare in aria il suo oggetto, e in troppi vogliono solo una cosa: non guardare più.

 

Niccolò Rinaldi

 

 

 

 

INTERVENTO SULL'HUFFINGTON POST

5 cose su Siria e immigrazione, per favore, non una di meno

DI NICCOLO' RINALDI

 

PROFUGHI SIRIANI

 

 

Ci sono almeno cinque cose che i governi europei dovrebbero fare, e velocemente, al cospetto della crisi migratoria che è solo la faccia più visibile dell'instabilità del Medio Oriente e della povertà di certi paesi africani, due questioni di antica data che l'Europa non ha mai voluto guardare in faccia e affrontare con metodo.

La prima cosa è la più banale: farsi carico dell'assistenza ai rifugiati siriani, convocando una conferenza internazionale, da tempo invocata ma mai maturata, e versando quel miliardo da tempo promesso ma ancora non erogato all'Alto Commissariato per i Rifugiati dell'ONU, che si sta sobbarcando l'aiuto negli immensi campi profughi della Giordania, del Libano e della Turchia - ovvero a due passi da casa nostra. Anche le cattive condizioni di quei campi sono una causa diretta delle partenze per l'Europa.

La seconda è lanciare un'iniziativa di pace per la Siria, coinvolgendo gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, la Turchia, l'Arabia Saudita e l'Iran. Facile a dirsi ma non farsi, tuttavia l'Europa ci deve provare, se non altro per mettere ordine alle varie azioni bilaterali che tutti questi paesi intraprendono per proprio conto nel pasticcio siriano.

La terza è una misura di natura assai diversa, politica ma in realtà molto tecnica: creare un Sistema Europeo di Controllo delle Frontiere, unitario e finanziato da un bilancio comune, con personale che risponda a un'autorità europea e non a uno dei ventotto Stati membri, capace di registrare e identificare come richiedente d'asilo o come migrante economico chiunque arrivi alle nostre frontiere esterne - che sono comuni vista la libera circolazione intra-europea e in modo anche da evitare l'innalzamento di questi grotteschi muri tra paesi membri.

La quarta appartiene alla categoria del buon senso più che della politica - l'apertura di un Sistema Europeo Unico di Asilo, che riveda radicalmente il regolamento di Dublino e che metta fine una buona volta alla cacofonia di ventotto procedure diverse, una per Stato membro.

La quinta è varare una vera politica europea dell'immigrazione, con un solo sistema per regolare il 
flusso di chi vuole venire in Europa per ragioni di opportunità economica, anche attraverso una profonda revisione del sistema della "Carta blu", destinato agli immigrati con qualifiche professionali di immediato interesse per il mercato europeo, e, ancora una volta, seppellendo la cacofonia dei ventotto diversi sistemi nazionali, e rendendo dunque possibile per lavoratori qualificati o meno di accedere al lavoro in Europa solo se soddisfano criteri oggettivi e trasparenti.

Queste cinque cose non costituiscono una lista esaustiva degli impegni necessari. Ma sono tutte iniziative indispensabili e da intraprendere insieme, perché ognuno di questi aspetti condiziona gli altri. Si tratta di cinque sfide che seppur complesse non hanno niente d'impossibile e che se realizzate permetterebbero immensi risparmi finanziari rispetto ai rivoli di denaro sprecati dai ventotto paesi ciascuno per proprio conto. Cinque cose per dare una risposta strutturale a un problema che non può essere risolto con decisioni prese a spizzichi e bocconi, anche se positive come quella di redistribuire 120.000 rifugiati.

Aggiungo una sesta cosa che i governi devono fare: sforzarsi di capire che se la strada qui delineata è laboriosa e ben diversa dal mero coordinamento di ventotto sovranità e politiche nazionali, essa è soprattutto urgente. Ogni giorno che passa nell'attuale traccheggiare, chiedendo più "coordinamento" e maggiore "solidarietà" ma restando fermi alle logiche delle politiche nazionali, rende la situazione molto più difficile, tanto più in presenza di un vicino collasso della Libia.

Infine, anche una settima raccomandazione, non per i governi, ma per i cittadini europei: è interesse di tutti capire che solo un'Europa unita e forte può fare fronte a quanto sta accadendo, che nessuno si salva da solo chiudendosi nel suo campicello protetto da qualche muretto o da qualche sgambetto, e che è dovere di ciascuno di noi pretendere dai propri governi un cambio di marcia, senza illudersi che le cose a Bruxelles accadano nella giusta direzione in mancanza di una vera pressione popolare.

GRECIA, PRIMA DEL VOTO: ARTICOLO PER L'HUFFINGTON POST

Grecia: Don't stop thinking about tomorrow

(Titolo della canzone dei Fleetwood Mac che Bill Clinton proponeva per incitare al cambiamento)

Votare su un accordo tecnico, complesso e oggetto comunque di un negoziato che sembra sempre pronto a risorgere anche quando entrambe le parti hanno cercato di spiaccicarlo ben bene, è una bischerata. Non lo era l'idea di Papandreu di far votare i greci dentro o fuori dall'euro, un voto che dava la parola al popolo su una scelta di campo e che l'Europa bloccò, mortificando le ragioni della sua democrazia nel paese che per primo fu democratico. Ben ci sta allora questa consultazione istantanea che rompe il tran tran di questi vertici dell'eurogruppo che anno dopo anno hanno collezionato una ghirlanda di pasticci.

Due salvataggi già incassati dalla Grecia - ricordiamocelo; un ruolo discutibile del FMI, che l'Europa poteva anche fare a meno di tirare dentro gestendo la partita tra le mura di casa; lo squallore dei conti truccati da Atene; i poteri della Troika; gli aiuti elargiti per salvare in primis le banche e dunque i crediti tedeschi e degli altri, anche nostri; una certa indifferenza per le condizioni materiali e per la dignità immateriale dei greci; la riluttanza greca a intaccare privilegi assurdi - pensioni precoci, benefici fiscali per armatori e chiesa, vantaggi per la casta; la mortificazione di qualsiasi sentimento di fratellanza europea; le richieste di pagare, sessant'anni dopo, danni di guerra; i calendari con scadenze ballerine; e chi più ne ha più ce ne metta, con gli americani quasi imbarazzati, a ricordare le ragioni geopolitiche che devono prevalere su tutto e a raccomandare la necessità di un compromesso, mica difficile da raggiungere tenendo conto della relativa modestia delle cifre di cui si parla. In questo pluriennale canaio, ci sta anche il colpo di scena del referendum.

E ci sta anche che dopo che sia stato votato dal parlamento greco, sia annullato in cambio di un accordo in extremis. Un accordo che difficilmente costituirebbe una soluzione duratura al debito greco, come nemmeno sarebbero anche un risultato del sì o del no, scenari sui quali gli analisti si sbizzarriscono cercando di immaginare quanto accadrebbe. Cosa che, in realtà, nessuno sa davvero, se non che la partita sarà in ogni caso destinata a riprendere in una forma o in un'altra.

Perché non c'è soluzione a questa appartenenza a una moneta unica, sbilanciata dall'esistenza di debiti separati, pagati con interessi diversi, a creditori diversi, con scelte di politica economica nazionali, che devono rispondere a elettorati che usano la stessa moneta ma rispondono ad ansie distinti. Non diversamente da quanto accade con l'immigrazione, non ci sarà pace finché l'eurozona non si sottrarrà a questi estenuanti "accordi tra Stati" per dotarsi di una politica finanziaria con elementi federali - un tesoro che tratti le poche centinaia di miliardi del debito greco come una cosa relativamente piccola al cospetto dei grandi numeri dell'economia europea, e con scelte economiche e sociali che rispondano a una visione globale della società europea, da Atene a Berlino.

Si sa che funziona - è bastato il QE della BCE a calmare le impennate dei tassi - ma nessuno lo chiede, perché, preso dagli interessi dei propri crediti o dei propri voti, si pensa all'"exit", e non al domani. Eppure, se davvero abbiamo a cuore l'euro, ci arriveremo. Il resto è solo la procrastinazione di un ingarbuglio nel quale gli europei si sono messi da soli. Ma si arriva sempre al domani.

UN DECALOGO DI BUONE PRATICHE PER OTTENERE I FINANZIAMENTI EUROPEI

(artico pubblicato da La Voce Repubblicana)

 

E’ “bello” ottenere un finanziamento europeo, ma non è mai facile. Per questo implica una misura di dedizione, una buona dose di organizzazione, e un senso del giudicare le cose con umiltà e spirito volitivo. In questo senso, vincere un bando europeo è un’arte, o quantomeno richiede una tecnica, o meglio un metodo. Chi lo impara - che sia un sistema-paese nel suo complesso come accade in alcuni vicini dell’Italia ma non nel nostro paese - o una singola azienda o un amministratore locale intraprendente, si apre una strada che porterà frutti a ogni stagione. Perché riusciti una volta, non è difficile entrare in un giro virtuoso per i bandi successivi: si sono apprese le regole del gioco, si è mostrato di cosa si sia capaci.

Nel frattempo si sarà acquisita la consapevolezza che se il lavoro è fatto per bene, le nostre vite – la nostra associazione, la nostra amministrazione locale, la nostra impresa, la nostra attività di ricerca – ne saranno edificate, e non solo economicamente, perché la crescita sarà anche di apertura intellettuale, di buona pratica. Ne vale la pena, ma un finanziamento va conquistato senza lasciare spazio ad alcun spontaneismo, ma seguendo alcune regole ferree. Il metodo lo decliniamo in dieci regole: a seconda dei casi, alcune saranno sempre ugualmente valide, altre di più, altre di meno. Ma il lavoro di tanti anni sui fondi europei mi ha spinto a osservare la ricetta dei vincitori.

 

1) UN GIUDIZIO MORALE: assumere un atteggiamento di condanna al mancato uso dei fondi europei. Non si riuscirà mai a intraprendere lo slancio giusto con i finanziamenti europei se non si capisce che la loro mancata utilizzazione è una responsabilità grave. Oggi non è così: i fondi europei sono percepiti come “un di più”, se si usano tanto meglio, se non arrivano “non ci avevamo fatto conto”. Gli enti locali che non sfruttano i finanziamenti UE non sono sanzionati, e, ovviamente, il codice non contempla un reato per il loro mancato uso. Ne deriva una notevole indulgenza. A differenza del peculato, in caso di non uso dei fondi UE, nessuno se li mette in tasca arricchendosi. Eppure non sussiste una vera differenza qualitativa: si tratta pur sempre di risorse destinate alle nostre imprese, alle nostre università e associazioni, alle nostre istituzioni, che se non impiegate, o non impiegate correttamente, vengono sottratte alla collettività. Sconfiggere questo atteggiamento di eccessiva tolleranza per le inadempienze, le incompetenze o le pigrizie che lasciano ferme troppe risorse europee per i nostri territori, è il primo tassello per cominciare a invertire la tendenza. Il cittadino, che sia direttamente un potenziale beneficiario o meno, deve imparare a essere più assertivo, più esigente – incalzando i responsabili politici, segnalando disfunzioni, reclamando trasparenza decisionale. E così i giornalisti. Solo in questo modo si comincerà a sbloccare l’attuale inerzia. Questo giudizio morale deve diventare patrimonio di una coscienza comune, dei cittadini come dei media, delle categorie come dei politici.

 

2) INFORMAZIONE: abbonarsi a una newsletter, studiare i siti istituzionali, sollecitare le antenne europee sul territorio.

Occorre avere accesso facile ai numero delle risorse disponibili, e ai bandi e alle procedure che permettono di attivarle. Eppure non è così. Ad esempio  molti consiglieri regionali sono ignari delle cifre dei fondi europei attribuiti alla propria istituzione. E con sorpresa, o sgomento, si può constatare che a volte questa informazione di base manca perfino ad alcuni assessori. Non è diverso per le aziende, o per il mondo dell’associazionismo, spesso del tutto all’oscuro delle varie opportunità. A volte questo oscuramento delle possibilità è voluto dall’alto, al fine di permettere una gestione più discrezionale dei fondi. Invece è indispensabile procedere con il massimo grado di trasparenza, cominciando da una voce specifica, chiara e incontrovertibile, nei bilanci delle Regioni e dei Comuni – dove spesso non figurano i fondi europei. E, quando le informazioni le abbiano colte, anche i media devono farsi carico di una diffusione di quanto si ha, di quanto e come si spende, delle stesse scadenze. Oggi è difficile reperire anche molti dei bandi, soprattutto sui siti istituzionali regionali. Provarci per credere: ciascuna delle nostre venti regioni ha un suo modo per promuovere e pubblicizzare le scadenze in vista, a volte esposte con chiarezza nei propri siti, a volte nascoste tra qualche piega, addirittura in “aree riservate”. Sarebbe una cosa egregia che sui fondi europei di competenza, le regioni italiane avviassero un coordinamento per pubblicarne sui rispettivi siti in modo uniforme e “friendly user” le informazioni necessarie, e con congruo anticipo, i bandi non ancora disponibili ma in dirittura d’arrivo, e informazioni di base per la loro compilazione. Non solo, sarebbe bene, disporre di una banca dati con tutti i progetti approvati, presentati in modo completo e chiaro. La diffusione dei bandi deve diventare anche prassi costante della rete di antenne europee presenti sul territorio, a volte molte attive in questo proposito, altre indaffarate in generiche raccomandazioni. (A inizio 2015 ho visitato un capoluogo di regione nel quale l’ufficio Europe Direct non era al corrente, o quantomeno non comunicava a nessuno, programmi e relative scadenze, e aveva organizzato come ultima attività un incontro con esperti tedeschi che illustravano le possibilità di lavoro in Germania…)

 

3) FORMAZIONE: investire nella creazione di figure preparate e dedicate all’euro-progettazione.

Accedere a un’informazione puntuale è solo un primo passo: poi bisogna sapere come muoversi, come approntare un progetto. L’Italia sconta l’assenza di figure preparate, oppure, altra faccia della medaglia, una schiera di euro-progettisti a volte improvvisati, con credenziali “fai-da-te”. Di fatto, anziché preparare risorse umane interne, ci si affida a esperti esterni, ciò che scoraggia dall’intraprendere il cammino. Del resto in Italia manca l’aggiornamento su fondi UE nelle amministrazioni locali – e chi lo fa su base volontaria a volte è perfino giudicato male, come una sorta di alteratore degli equilibri assodati negli uffici; ci si può laureare in Scienze Politiche indirizzo europeo senza sapere nulla dell’architettura e della meccanica dei finanziamenti di Bruxelles – nonostante che queste siano conoscenze preziose per trovare un lavoro; sono assenti le figure di euro-progettisti non solo nella netta maggioranza delle pur grandi aziende, ma anche nelle stesse associazioni di categoria che potrebbero mettere a disposizione tali profili all’insieme dei propri associati.

Tuttavia, chi ha sostenuto l’investimento della formazione, che sia un’università o un’azienda, ne ha tratto benefici immediati. Ecco che uno sforzo di formazione orizzontale, a tutto campo, darebbe i suoi frutti: corsi per preparare personale delle pubbliche amministrazioni, con adeguati incentivi di carriera; insegnamento nelle università; mobilitazione delle associazioni di categoria con consulenti dedicati; organizzazione di sessioni propedeutiche o specifiche su settori particolari – ambiente, turismo, cultura, energia, o altro – da parte degli stessi enti locali. La formazione, se ben organizzata, può essere poco dispendiosa e anche breve, ma con una ricaduta molto positiva.

 

4) PARTIRE DAL BANDO: non cercare un finanziamento per la “mia idea”, ma pertire dalla lettura dei bandi per trovare l’idea migliore.

Capita spesso che ci si avvicini ai fondi europei cercando un sostegno al proprio progetto  imprenditoriale, di ricerca, culturale, di politica sul territorio o altro. Altrettanto spesso un bando europeo non corrisponde a quanto stiamo cercando per la nostra idea, e questo genera rinunce deluse o partecipazioni destinate al fallimento. Dietro un tale approccio, si cela un equivoco: per quanto sia importante e legittimo avere già una propria progettualità, non bisogna cercare un finanziamento per realizzare la “mia idea”, ma avere un progetto idoneo e competitivo per realizzare quanto richiesto dal bando. Per questo per prima cosa occorre leggere attentamente le condizioni delle varie call, coglierne a fondo le finalità e le modalità, e su quanto è richiesto valutare se si è in grado di presentare una proposta. Di più: la lettura dei vari bandi, anche di quelli che magari inizialmente si erano esclusi dal proprio raggio d’interesse, è quasi sempre uno stimolo di idee, di suggerimenti per allacciare rapporti con altre realtà territoriali o estere idonee al raggiungimento degli scopi prefissi, di nuovi aspetti di lavoro che non si erano inizialmente presi in considerazione. Una lettura che deve essere occasione di dibattiti interni alla propria struttura, affrontati come primo passo di un percorso virtuoso nell’euro-progettazione.

 

5) EVITARE DI ESSERE SVANTAGGIATI PERCHE’ “PICCOLI”: l’importanza di aggregarsi.

Piccolo ma non troppo. Piccole imprese, piccoli comuni, piccole università, piccole associazioni, e via dicendo. Il tessuto e la taglia degli attori italiani spesso non aiuta a ottenere un finanziamento europeo, perché si è di dimensioni troppe ridotte. Anche la formazione di un personale dedicato diventa insostenibile per una dimensione limitata. Non si tratta però di un ostacolo insormontabile: in un progetto possono influire più soggetti di piccole dimensioni, di fatto suddividendosi i ruoli in una sorta di consorzio, e in modo da raggiungere la massa critica e le economie di scala adeguate per ottenere un finanziamento. Sotto questo profilo, il ruolo delle associazioni di categoria, è cruciale, come facilitatori di tali aggregazioni.

 

6) INCONTRARSI TRA DIVERSI: superare la cultura dei compartimenti stagni e progettare insieme ad altri attori del proprio territorio.

Oltre che della piccola dimensione, buona parte del tessuto italiano soffre di settori con mentalità auto-referenziale: imprese che pensano solo alle proprie imprese, politica locale incapace di creare ponti, associazionismo e terzo settore abituati a interloquire solo col proprio ambiente, università chiuse in se stessa. Invece spesso i bandi europei richiedono di scardinare queste distinzioni, e di elaborare progetti che vedano coinvolti pienamente attori diversi che operano sullo stesso territorio o sulla stessa tematica – una dimensione che viene rafforzata ulteriormente dalla nuova programmazione 2014-2020. Occorre dunque creare delle tavole “tra diversi contigui”, per mettere in rete la potenzialità delle imprese con quella delle università, il lavoro degli enti locali con quello delle organizzazioni della società civile, il settore produttivo con l’associazionismo, la ricerca con la politica. Ciò richiede un metodo di lavoro diverso da molte abitudini consolidate. Ma spezzare il proprio recinto e integrare in comune progetto altri soggetti di natura diversa, è già un arricchimento culturale e produttivo indotto dall’euro-progettazione.

 

7) INGEGNIERIA FINANZIARIA: provare a moltiplicare i fondi UE.

A volte l’approvazione di un progetto europeo è vissuta come un successo appagante, e lì ci si ferma. Ma spesso un finanziamento europeo non ne esclude un altro.  In Italia si accede poco ai prestiti della Banca Europea degli Investimenti, che possono essere combinati con la concessione di risorse UE da parte della Commissione. Così come una disponibilità di bilancio da parte di un’amministrazione comunale – o di altro livello – può essere destinata a quota di co-finanziamento nell’ambito dei progetti europei, in modo da aumentare anche di più del doppio il volume finanziario globale. Con l’ottenimento di un finanziamento europeo, è anche più facile richiedere contributi da parte di fondazioni, istituti di ricerca o altri erogatori.

 

8) LA VALUTAZIONE EX-POST, UNA PRATICA SPESSO SCONOSCIUTA: sedersi intorno a un tavolo e capire le lezioni positive  e negative.

Trarre degli insegnamenti da quanto fatto, da sé o da altri, è un passo cruciale per riuscire. L’”arte dei finanziamenti europei” richiede dedizione e metodo, e molto può essere verificato e modificato sulla base dell’esperienza propria o altrui. Ci si abitui dunque a fermarsi e a ragionare insieme per capire quali sono state le ragioni dell’approvazione o del rifiuto di un progetto presentato, a valutare l’impatto della realizzazione del progetto sulla base di valori di riferimento precisi (ad esempio: quanto è migliorato l’impatto ambientale o sociale? Ma il criterio più importante è in genere: quanti posti di lavoro destinati a durare sono stati creati?), a correggere il lavoro già svolto con indicazioni preziosi per le tappe successive di un progetto o per la prossima proposta che sarà presentata. Si mettano queste piccole o grandi lezioni in rete, in modo da aiutare chi verrà dopo di noi a disporre di informazioni utili sulla tempistica, sulla lunghezza del progetto, il coinvolgimento dei vari interlocutori, la composizione della squadra di partenza, le difficoltà nella messa in atto, e via dicendo.

 

9) GUARDARE ALLA PORTA ACCANTO: imparare dalle buone pratiche italiane, che ci sono.

E’ diffuso ritenere che per apprendere a presentare un progetto europeo una delle cose migliori sia recarsi a Bruxelles e incontrare i responsabili europei, oppure iscriversi a un corso di euro-progettazione. Sono scelte comprensibili, ma a volte l’aiuto migliore lo trova vicino a casa propria. L’Italia è un paese a macchia di leopardo, dove, nel pur deplorevole panorama a globale di scarso e cattivo utilizzo dei fondi UE, le eccellenze non mancano, e a nessun livello. Si contano numerose amministrazioni locali, festival culturali, associazioni impegnate nell’assistenza alla disabilità o altro, università e centri di ricerca, e ogni tipo di azienda, anche molto piccole, che hanno assimilato correttamente il metodo dei progetti europei e ottenuto eccellenti risultati. Purtroppo i loro casi non sono “messi in rete”, diffusi come buone pratiche che possano offrire elementi preziosi a chi viene dopo di loro. Ma quasi sempre, i responsabili di questi successi – assessori o dirigenti, imprenditori o ricercatori – non aspettano altro che di poter raccontare la loro storia fortunata, di poter condividere con altri quanto abbiano imparato con la loro esperienza, maturata negli stessi contesti politici e burocratici e dunque con le stesse difficoltà di partenza di tutti. Cercare di scovare queste buone pratiche italiane, andare a incontrare i loro artefici, capire come siano riusciti a imparare la lezione dei fondi europei, è senz’altro uno sforzo molto utile e di norma più proficuo che non andare a studiare in Europa.

A propria volta, laddove si sia avviato un progetto europeo, è sempre bene diffondere tramite i propri canali di comunicazione – siti o social network – alcuni elementi di quanto compiuto al fine di poterli condividere con altri. Il buon  uso dei fondi europei è una questione non di soddisfazione personale, ma di crescita collettiva.

 

10) NESSUN FATALISMO PESSIMISTA: crederci.

Se la prima regola è sanzionare moralmente chi non usa o usa male le risorse europee messe a disposizione, l’ultima è crederci. Parrebbe scontato, ma non è così. Una sorta di fatalismo negativo serpeggia tra coloro che guardano alla possibilità di competere per un finanziamento europeo con scetticismo, perché “sarà sempre per gli altri”, “bisogna essere raccomandati”, “c’è troppa burocrazia”, “è troppo difficile”, “non conosco nessuno”, “è una presa di giro”, e via dicendo. E’ l’atteggiamento peggiore. Molti possono testimoniare che non è così, che i finanziamenti europei si possono ottenere su base meritocratica e che possono permettere una svolta al proprio lavoro. Sono soldi, non regalati e bisogna sudarseli – a forza di buone idee, di innovazione, e di metodo. In questo modo niente sarà impossibile, anzi.

PROSSIMI APPUNTAMENTI PUBBLICI

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“Nessuna persona senza la dignità del lavoro. Costruiamo l’altra politica”

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“Un viaggio in una geografia impossibile, la geografia del ‘cattivo vicinato’ come forma politica reciproca, deliberatamente scelta da entrambe le parti.

Non ci sono catene montuose a dividere, solo opere umane.”

13 MARZO, ORE 10.30

MACERATA, IIS MATTEO RICCI

Presentazione di "Notte a Gaza" di Niccolò Rinaldi (edizioni Stampa Alternativa)

Coordina prof.ssa Tiziana Strippa

 

13 MARZO, ORE 18.30

FIRENZE, CAFFE’ LETTERARIO LE MURATE, piazza Murate

Associazione di Amicizia italo-palestinese presenta "Notte a Gaza" di Niccolò Rinaldi (edizioni Stampa Alternativa)

Intervengono

Mahmud Said Hamad

Margherita Azzari, prof.ssa Università di Firenze e Società Geografica Italiana

Cristina Alziati, poetessa

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