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Europea 37

Balotelli fermo dopo la sua seconda rete, a torso nudo.

Statuario.

Azzurro, e cittadino italiano, e nero. Quanta Africa e quanta Italia in quell'immagine.

Quanta strada percorsa dall'una e dall'altra per ritrovarsi entrambe insieme.

1. Il compromesso della persuasione e la forza dell'ispirazione

Forse anche l'Europa tutta ha bisogno d'immagini forti per ritrovare il filo della sua fratellanza. Ma ne facciamo difetto, non è certo la cartolina del recente vertice di Bruxelles a muovere la storia. Addirittura il percorso europeo è così accidentato che nemmeno si capisce bene se la strada intrapresa è davvero quella giusta. Il vertice si è concluso meglio rispetto alle traballanti premesse. Si è concluso, come era annunciato, con un compromesso, ovvero rinunciando alla svolta politica che serve. I mercati rispondono bene, ma questo era già accaduto a posteriori di altri vertici con mezze decisioni in cui poi ripresero a far male. Lo scudo anti-spread non è una minchiata, se andrà davvero a regime dovrebbe permettere di risparmiare miliardi che altrimenti andrebbero in interessi speculativi.

Ma è privo di meccanismi automatici, e la macchina della decisione concertata, lenta e vessatoria, sarà necessaria, e potrà portare benefici strutturali solo se sarà fatto il primo passo verso la federalizzazione del debito. Tanto di cappello a Monti, che non era solo nel sostenere le sue tesi, come non era sola la Merkel. Al vertice circolava una generalizzata mancanza di fiducia reciproca, che è la cifra del tempo, e il nostro Presidente del Consiglio si è prodigato nello sforzo della persuasione, rinunciando a calare l'unico vero asso a sua disposizione: minacciare le dimissioni. In questo modo avrebbe messo la Germania di fronte a elezioni anticipate e poi a un nuovo governo, presumibilmente meno docile; un cambio di prospettiva per la Germania, che più di qualunque altro è stata ad aver messo Monti là dove si trova ora, per attuare una ricetta tedesca che ormai tutti (forse anche lo stesso Monti) si rendono conto che non funziona. Ma la stagione c'impone i piccoli passi, il bon ton, i tecnici. E quest'ultimi possono negoziare con successo in un vertice, ma, per definizione, stentano in grandi momenti di ispirazione. Lo si è visto nello stadio di Kiev al momento di cantare l'inno o di stringere la mano ai giocatori affranti. Lo stesso controllato formalismo rivolto alle vittime "necessarie" delle politiche di rigore. Un atteggiamento che può strappare un buon accordo di tappa ma che non sa suscitare sentimento in un Paese e nemmeno in Europa.

2. La formazione di una classe dirigente europea

Senza complessi riverenziali, ai partecipanti del vertice, i giovani e i deputati europei IdV hanno inviato una lettera per affermare un'altra Europa, dove valori e cultura comuni riscrivono, rispetto a spread e numeri, un alfabeto del futuro. È stato l'avvio della Scuola di formazione Europea IdV, organizzata al Parlamento Europeo per il quarto anno consecutivo e ormai divenuta un modello di riferimento. La costituzione dispone che ogni cittadino possa concorrere all'amministrazione della cosa pubblica. Per Piero Calamandrei questo fa della scuola un organo costituzionale, poiché è soprattutto tra i banchi della classe che si opera concretamente per permettere a tutti di diventare cittadini attivi e classe dirigente. Ma questo è anche il compito di un partito che si vuole plurale, aperto, e che pone la buona Europa al centro del nostro presente.

Quest'anno per i 150 partecipanti, selezionati da IdV Giovani, vi sono state tavole rotonde sull'economia, la legalità, l'Afghanistan, l'ambiente (in particolare caccia e rifiuti), la rete e i nuovi media, sempre con esperti venuti da ogni dove (programma), anche se, vera pecca che andrà corretta, troppe poche donne, sia tra i partecipanti che tra i relatori.

Antonio Di Pietro ha seguito una buona parte dei lavori, insieme a Guy Verhofstadt e Graham Watson, e così anche Ignazio Messina e Ivan Rota dell'Ufficio UNO. Alla fine non sono potuti venire né Leoluca Orlando né Luigi De Magistris, ma è invece arrivato Vendola. Si è partecipato alla manifestazione dei federalisti in piazza e al termine di un dibattito all'Istituto di Cultura Italiano con Antonio Di Pietro si è vista insieme Germania-Italia - altro episodio che conferma come la Germania, nella storia prima ancora che nel calcio, abbia spesso stentato a prendere le misure all'inclassificabile, contraddittoria, Italia da sempre paese del tutto e del contrario di tutto.

E ci stava anche bene, per quanto effimera, la festa della partita - e pace per la successiva goleada spagnola - intervallo di tempo per rincuorare una comunità con tanta strada dietro e davanti a sé.

3. I nostri minatori dell'UNESCO

Anche Urbano Ciacci, Presidente degli ex-minatori italiani in Belgio, ha parlato ai giovani IdV a Bruxelles, ricordando un'Europa di ieri (nella quale si scriveva in alcuni negozi "interdit aux chiens et aux italiens": vietato ai cani e agli italiani). Urbano è tra i sopravvissuti di Marcinelle, dove 136 minatori italiani sono morti nel 1956, su un totale di 262, e che è stato dichiarato patrimonio universale dell'umanità dall'UNESCO. È il più grande omaggio istituzionale ai sacrifici dell'emigrazione italiana, che nelle miniere del Belgio lasciarono dal 1946 al 1963 867 vittime.

All'epoca nessuno fu condannato (solo sei mesi con la condizionale al direttore, assolti tutti gli ingegneri), e il riconoscimento dell'UNESCO è, seppur distorta, una forma di riparazione. Oggi lo si visita un po' come un campo di concentramento, per il dolore del luogo ma anche per l'aspetto delle baracche e delle costruzioni in mattoni. È ora un sito UNESCO, ma non sarà solo un museo finché ci saranno i nostri ex-minatori, anziani e malati di silicosi, e anche dopo, finché la coscienza del Paese ha anche una radice laggiù, a mille metri sotto Marcinelle.

4. ACTA est fabula: la commedia è finita

Una scossa di democrazia partecipata è stata data anche dal dibattito e dal voto sull'ACTA, il trattato multilaterale contro la contraffazione. Poco dopo essere stato eletto al Parlamento Europeo ne sono diventato uno dei relatori ombra e ne ho discusso in commissione commercio internazionale, in plenaria, all'OMC a Ginevra, in Kenya e in india, al Senato americano a Washington e in Italia. Ho fatto comunicati stampa e registrato video, e spesso ne ho parlato nelle Europee. Ho cominciato a studiarlo, a raccogliere pareri, e strada facendo il promettente trattato per lottare contro una delle peggiori armi del crimine organizzato, la contraffazione, si è fatto un pasticcio giuridico nelle cui pieghe si nascondevano minacce all'uso libero della rete e all'accesso ai farmaci a basso costo prodotti da paesi emergenti come India e Brasile e disponibili per i paesi in via di sviluppo.

ACTA è diventata presto una delle questioni più delicate della legislatura. Con gli Stati membri che hanno chiesto alla Commissione di negoziare il trattato, la Commissione che lo ha fatto e si è affrettato a firmarlo, e il parlamento sotto una discreta pressione per una veloce ratifica. Ma i dubbi sono cresciuti di giorno in giorno, e ho portato l'intero gruppo dell'ADLE a schierarsi contro la ratifica. Da quel punto in poi non c'è stata più una maggioranza in favore del trattato. Ma respingere un trattato nel quale si ritrovano numerosi interessi industriali e anche qualche interesse genuino per la sicurezza del consumatore non è un'operazione politica semplice, e i diversivi sono state mille. Tuttavia siamo arrivati al dibattito finale (il mio intervento) e al voto. ACTA è finito. Ma non è finita la lezione che questo straordinario caso parlamentare rappresenta: per la prima volta nell'UE, quasi tre milioni di cittadini provenienti da tutti i 27 paesi membri hanno firmato una petizione ufficiale per fermare la ratifica, e molte migliaia hanno scritto nella stessa direzione. Si è affermata su ACTA una coscienza civile diffusa e una capacità di mobilitazione che vorrei vedere applicate anche ad altre cause, come ho chiesto intervenendo, unico italiano, al forum europeo per la difesa del pluralismo dei media (riunitosi a Bruxelles con centinaia di partecipanti e il gotha della libera informazione). Perché la lezione di ACTA è la difesa di qualcosa che ciascuno considera ormai come proprio: lo spazio della rete, il nuovo, democratico aperto, bene comune, che non può essere né monetizzato in operazioni di mercato né messo sotto tutele in nome di una mal concepita difesa della proprietà intellettuale.

In un certo mondo industriale e anche in alcuni settori della Commissione si è rimasti interdetti al cospetto della reazione diffusa di ostilità al trattato. Ma ci si è ben guardati dall'intraprendere un confronto con la società, e alla fine finisce sempre nello stesso modo: se non si hanno i cittadini dalla propria parte,la corda non la si può tirare troppo a lungo. Quando la legislatura sarà finita, tra i bilanci che mi porterò dietro ci sarà anche la bocciatura di ACTA, un trattato sbagliato e un rischio sventato grazie anche al mio voto e al lungo lavoro che lo ha preceduto.

5. Le tante cose da fare e l'estate inquieta

Ma i fronti sono mille e gli sforzi non bastano mai: ACAA, l'accordo che semplificherebbe gli scambi commerciali di prodotti farmaceutici con Israele e che verrebbe utilizzato come una vittoria politica da un governo che non recede dall'espansione delle colonie e dal blocco di Gaza (il mio intervento in plenaria); vivisezione (lettera al parlamento italiano) perché applichi misure restrittive nel recepimento della disgraziata direttiva europea); lotta alla schiavitù in Mauritania, dove sono andato per una missione di 24 ore e dove un nuovo censimento sta ostacolando il riconoscimento della cittadinanza alla popolazione nera (foto con alcune responsabili delle organizzazioni per i diritti della popolazione nera); pluralismo dei media in Europa, battaglia rilanciata da una grande assise al Parlamento europeo alla quale sono stato l'unico deputato italiano a intervenire (comunicato).

Sarà un'estate calda come altre e più povera di altre. Magari l'ultima con l'euro. Visiteremo carceri a ferragosto e racconteremo di Don Milani nelle fabbriche di Prato. Mangeremo il gelato e si andrà a camminare, ma per nessuno di noi può essere una stagione di sedia a sdraio.