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Fuga di capitali dall'Italia: un fiume di denaro non dichiarato in volo verso la Cina

Secondo le stime della Guardia di Finanza e della Procura di Firenze, si aggira a 4 miliardi la somma evasa al fisco Italiano, nel giro di pochi anni, da diversi imprenditori cinesi che lavorano nel nostro Paese. Soldi che sarebbero stati guadagnati grazie allo sfruttamento di manodopera in nero, alla contraffazione di marchi italiani e soprattutto grazie all'evasione fiscale. I fenomeni dell'evasione e della frode hanno già messo in ginocchio la Grecia e continuano ad attanagliare molti paesi europei. Secondo le stime dell'Istat dello scorso novembre, in Italia la sola evasione conta il 17% del PIL e lo stesso Commissario alla Fiscalità Semeta all'inizio di marzo rilevava che il problema in Italia resta ancora molto grande.

In un'Europa che, alla spasmodica ricerca di soldi, riduce il budget per gli aiuti agli indigenti, combattere tali fenomeni è una questione di giustizia sociale. La Direttiva 2011/16/UE, in vigore dall’1 gennaio 2013, rafforza la cooperazione amministrativa nel settore fiscale tra gli Stati membri, ma nulla dispone riguardo i capitali che lasciano il territorio dell'UE. Nell'interesse di tutti gli Stati membri bisogna fare il massimo sforzo a favore di una più stretta collaborazione e maggiore coordinamento in materia di fiscalità, nonché optare per lo sviluppo di accordo a livello Ue con i paesi terzi e una strategia Ue contro i paradisi fiscali.

Alla commissione si chiede: 1)di proporre una normativa organica sulla materia che preveda un mandato per l’Unione Europea come soggetto unico a negoziare accordi fiscali con Stati Terzi; 2)di attivare un Piano d'azione per la lotta all'evasione fiscale e la frode oltre a parallele iniziative sui paradisi fiscali e sulle pianificazioni fiscali aggressive.

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