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GIRO DEL MONDO IN CINQUANTA BARBIERI: UNA RECENSIONE

«Il giro del mondo in cinquanta barbieri»

di Nicola Bottiglieri

I sacerdoti della basetta

Niccolò Rinaldi si è tagliato barba e capelli in tutto il mondo cercando di determinare le peculiarità dei luoghi in base a quelle dei barbieri. Ne è venuto fuori un libro molto istruttivo

Vi sono libri che sorprendono già dal titolo, non solo per il contenuto ma per l’entusiasmo che svegliano nei confronti dell’autore. Infatti, vedendo la copertina di questo agile libretto, Il giro del mondo in cinquanta barbieri (Niccolò Rinaldi, Stampa Alternativa, euro 12), viene  da chiedersi chi sia mai quel genio italico che appena arriva in un posto del pianeta va ad offrire la sua gola a forbici e rasoi di uno sconosciuto? Un nevrotico masochista che vuole provare il brivido dell’acciaio sulla pelle? Un calvo che cerca l’elisir di lunga chioma? O più semplicemente un uomo che vede nel negozio di barbiere una finestra sul mondo nel quale è giunto? Ma perché, allora, scegliere il barbiere e non il mercato, i ristoranti o il casino?

Perché in qualsiasi parte del mondo, sembra dire il nostro autore, i saloni dei barbieri sono “luoghi di piacere” esclusivo per gli uomini, dove si parla attraverso codici maschili, ci si mette a nudo peggio che in un confessionale, alla fine pagando con la mancia non il lavoro, ma la soddisfazione di aver compiuto un’opera meritoria verso di sé e verso gli altri. Inoltre, sono luoghi dove tutto è fugace (i capelli, la conversazione, i clienti) e molto sensuale, soprattutto se lo scalpo viene fatto da una donna, e nel nostro libro vi sono donne-barbiere come Deborah a Bali e «una dea alta e con molta grazia» ad Addis Abeba. Quando le donne hanno le forbici in mano, il taglio di capelli può diventare addirittura l’anticamera del sesso. Come succede al nostro autore che a Pechino dopo la privazione della zazzera da parte di una ragazza, viene invitato nel retrobottega con grandi risate.

E parlando di barbieri donna il ricordo non può che andare al bellissimo film Il marito della parrucchiera (1990) di Patrice Leconte con Jean Rochefort e Anna Galiena. Il seno che sfiora la testa dell’uomo, la forbice che minaccia ed abbellisce la virilità della barba e dei capelli, l’alito caldo sul collo, il profumo della donna che si confonde con la lozione che ti versa sul viso, ecc. ecc. tutte queste cose, dice il film, esistono davvero, la poltrona del barbiere è il setaccio dell’amore, i capelli sono la vita che muore e rinasce, come succede con l’amore, come succede con la morte, che anche lei, come tutte le cose umane, muore e rinasce in ogni momento. Ed il film è così convincente che quando i due fanno davvero l’amore sulla sedia del cliente, il più è già stato detto, fatto e immaginato.

Se il barbiere sotto casa è un uomo fidato con il quale ti vedi almeno una volta al mese, i barbieri sparsi per il mondo sono confidenti occasionali ai quali si possono ammannire le più fantastiche menzogne. Infatti, come l’autore ricorda nella prefazione «Il barbiere è la terza persona a cui si mente di più dopo la moglie e il prete». Già, ma perché mentire quando si va in un paese straniero? Perché la menzogna, o per meglio dire, la “finzione” è una componente fondamentale del viaggio. Lontano dai ceppi della casa e del lavoro, la fantasia vola libera ed il viaggiatore chiede al barbiere di prestargli   con forbici e rasoi, la nuova personalità che la vacanza richiede. Ma quando uno fa il viaggiatore di mestiere e non viaggia per vacanza ma per lavoro, l’identità non si può mutare più di tanto ed allora altro non puoi fare che giocare con il mondo.

E Niccolò Rinaldi gioca davvero con il mondo, chiarendo nella pagina dedicata al taglio subìto ad Antananarivo nel Madagascar che nell’ordine della barberia gli affiliati possono essere di vari tipi. «I chiacchieroni estroversi, i ruffiani che assecondano in tutto e per tutto il cliente, i furbi che estorcono quanto vogliono sapere, gli esauriti che premono sull’acceleratore per finire presto, i creativi che si sbizzarriscono sul tuo cranio» come gli succede a Bamako nel Mali dove un ragazzo, che opera sotto la tenda con un solo specchio sul davanti usando il rasoio elettrico, gli fa dei grossi buchi nei capelli. In questa classifica, comunque, non può essere incluso il figaro criollo incontrato all’Avana, il quale dopo il taglio, diventa cartomante, venditore di film proibiti, cospiratore contro il regime di Fidel Castro, protettore di omosessuali. Ma questa fantasiosa flessibilità è possibile trovarla solo nei Caraibi, perché in tutti gli altri luoghi del mondo il sacerdote della basetta non può tradire quanti da lui vanno a sacrificare le chiome.

Cinquanta luoghi visitati dal 1990 fino al febbraio del 2015, cinquanta sguardi sul mondo, cinquanta modi per tornare a casa, perché gli oggetti della bottega e la liturgia dei gesti sono sempre gli stessi, sia quelli che fa il barbiere sotto casa che quelli di Olga, la russa che opera a Bishkek nel Kirghizistan. E tuttavia pur se uguali e diversi i saloni dei barbieri hanno ognuno una magia diversa. Piccole magie, quali fanno gli uomini comuni, attraverso le vesti ed i sorrisi, la musica di sottofondo o il commento sulle partite di calcio, il modo di salutarti e di accettare o rifiutare la mancia, di spargere lozioni o di tagliare a secco senza shampoo, perché ogni cosa in questo giardino profumato dal talco e dall’acqua di colonia promette che all’uscita sarai più bello di quando sei entrato, più giovane e felice, in quanto nei capelli sparsi per terra vi è tutto il brutto del mondo di cui ti sei liberato.

A volte, però, il brutto del mondo entra anche in questo locus amoenus. Questo succede a Kabul in Afghanistan, visitata il 10 febbraio 1991. Allora la conversazione fra il cliente e il padrone del locale procedeva a fatica, non tanto per le difficoltà linguistiche, quanto perché un razzo poteva cadere da un momento all’altro nella bottega. E il taglio dei capelli sarebbe stato anche il taglio della vita.

Anche io ho un ricordo legato ai capelli. Quando ero ragazzo, a Salerno, andavo a tagliarmi i capelli da Pelillo, che aveva le pareti tutte ricoperte di specchi. Ebbene quando ero sulla poltrona vedevo che nello specchio davanti si rifletteva quello delle spalle. Io cominciavo a contare questi riflessi di specchi nello specchio, ma poi mi fermavo perché era impossibile rincorrere l’infinito. Da grande, lo scrittore argentino Luis Borges ha dato dignità alle mie vertigini, perché egli nel racconto El Aleph afferma che gli specchi e la copula moltiplicano il mondo. Comunque oggi, dopo aver letto questo libro, posso aggiungere che quando le due cose si mettono insieme, il luogo diventa irreale. Allora la copula e gli specchi si moltiplicano da soli e il salone del barbiere diventa un castello fatato.

La foto in  basso è di Walter Lo Cascio